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20 apr 2012

- Piove, governo tecnico -


A coloro che ritengono che l'attuale governo di "tecnici" significhi la sospensione della politica vorrei semplicemente ricordare che la Politica è innanzitutto l'attività del costruire e governare la Polis; che i fini da perseguire nello svolgere tale attività sono oggi definiti dalle Carte costituzionali (in sintesi, garantire i diritti fondamentali a tutti i cittadini). Sostenere che gli attuali eletti negli organi rappresentativi (Parlamento, Consigli regionali, provinciali, comunali) per il solo fatto di essere stati eletti, a prescindere dalle decisioni che assumono e dagli atti che compiono, meritano essi soli di essere definiti politici, mentre altri non sarebbero tali anche quando agiscono sulla base dei fini sopra ricordati, è uno dei segni (tra i più gravi) che indicano lo scadimento della concezione della politica di cui si sono resi responsabili coloro che si definiscono "politici".


4 feb 2011

- Lettera ad una professoressa (2011) -




Gentile professoressa,
ho letto stamani il suo intervento su La Stampa sulla Scuola di Barbiana [una lettera in cui la prof.ssa xxx sosteneva che la scuola italiana attuale era il frutto di idee errate che avevano trovato il loro "manifesto" nella Lettera ad una professoressa di don Milani]. Se condivido con Lei la sofferenza per le condizioni in cui versa la scuola italiana oggi, mi permetto anche di dissentire rispetto alle considerazioni che Lei svolge in proposito. 


Insegno da più di trent’anni filosofia e storia in un liceo: ho frequentato il liceo classico (maturità 1968, ultima maturità “gentiliana”: tema d’italiano, versione dal latino, versione in latino, versione dal greco, orale in due turni con tutte le materie, “riferimenti” dei due anni precedenti, 10 (dieci!) canti di Dante a memoria, 60 versi d’Omero in greco e la quarta egloga di Virgilio in latino a memoria, per fissare il ritmo della metrica classica, e potrei continuare…). 


Ebbene in quel liceo una mattina il professore di latino e greco, un prete, don Luciano Garrone (ah, questi preti sovversivi!), ci parlò della Lettera ad una professoressa, uscita da poco.  Andai a leggerla.  Vi trovai una straordinaria passione civile, un amore grande per i più deboli (Lei vi ha visto solo “odio di classe”), una volontà ferrea di fornire loro gli strumenti del loro riscatto sociale e culturale, una severità e un rigore motivati dagli obiettivi alti che ci si poneva.  Certo non si leggeva Foscolo o Monti (non era un liceo, quello), ma si leggeva il Vangelo e l’Apologia di Socrate, la Costituzione e il giornale, si scriveva tanto, a tutto il mondo, ci si aiutava reciprocamente: tutti avevano da imparare qualcosa, tutti avevano qualcosa da insegnare.  Soprattutto ci si allenava a pensare criticamente.
Penso che la mia scelta professionale sia stata significativamente influenzata da quella lettura.
Sarebbe questa la scuola che abbiamo ora in Italia?


Nel mio liceo si continua a leggere Dante (su un’antologia!), si continua ad insegnare il latino, ma gli allievi stentano a tradurre una semplice frasetta in cui capita che si imbattano, io leggo Platone, Aristotele, Cartesio, Kant, Hegel, ma dopo poche settimane non ricordano più nulla.
La colpa è della mancata selezione ferrea, della scomparsa delle bocciature? 
E tutto questo sarebbe il frutto dell’applicazione su scala generale dei principi di Barbiana?
Quanto all’analisi della Costituzione, dei principi fondanti il nostro vivere civile, dei con tributi di pensiero e delle complesse vicende storiche che la innervano, non penso che sottragga, purtroppo, molto tempo allo svolgimento dei tradizionali programmi.


Modelli culturali opposti a quelli che la scuola dovrebbe trasmettere che si impongono con prepotenza attraverso i media e i comportamenti pubblici, uno scontro politico dove non c’è traccia di confronto razionale e di ascolto e rispetto reciproco, stanchezza diffusa e scarsa motivazione in un numero elevato di docenti, una burocratizzazione dell’attività scolastica, tempi, contenuti e attività sottoposti spesso ad una programmazione astratta: tutto ciò (e altro ancora!) non avrà inciso sulle condizioni attuali della scuola? 


E siamo poi così sicuri che un certo “classicismo” della nostra scuola e della cultura italiana non abbia anche inciso profondamente nella generale svalutazione della formazione tecnica e professionale, considerata ancora oggi una scuola di serie b persino dai partiti di sinistra, per cui si è riversata sui licei una popolazione scolastica interessata alla “promozione sociale” che tale curriculum offriva, privando gli istituti tecnici e professionali di ottime intelligenze pratico-operative, che potevano arrivare a risultati culturali e formativi non  dissimili da quelli raggiunti dai loro coetanei liceali attraverso altri percorsi che dovevano avere un degno riconoscimento sociale e culturale? 


Un giorno, nelle campagne attorno a San Gimignano, mi imbattei in un giovane muratore che, mentre rimuovevav con mazza e scalpello l’intonaco dal muro di un casale in ristrutturazione, ascoltava le Suitres inglesi di Bach, “nell’interpretazione di Glenn Gould”, puntualizzò, tutto fiero:  Pensai che per la sua formazione estetica vivere in un ambiente di così rara bellezza era stato più determinante di tante lezioni di storia dell’arte.  Insegno in una città dove è stato un grande umanista ingegnere che non aveva fatto studi classici (Adriano Olivetti) a portare una autentica cultura industriale e a coniugare ambiente, lavoro e bellezza.


E infine, non  posso rimuovere del tutto un cattivo pensiero, che la situazione in cui versa la scuola italiana sia stata voluta da quelle classi sociali che temevano che la scuola diventasse un potente fattore di rinnovamento sociale, che avrebbe consentito ad ogni cambio generazionale un rinnovamento profondo delle classi dirigenti. Non è detto che gli intelligenti nascano sempre tra le medesime classi sociali: “Dio non fa questo scherzo ai poveri”, scriveva don Milani.


Cordialmente.
kriticadellaragione.blogspot.com
(Emilio Giachino -  Prof. di storia e filosofia)

14 dic 2010

- Relativismo e Democrazia -


Introduzione non richiesta
Il buon maestro non è colui che ti insegna a pensare come lui ma colui che ti insegna a pensare.
Purtroppo non ce ne sono tanti in circolazione, soprattutto in questo momento storico (dove il fondamentale “COME pensi” è stato subordinato al più superficiale “COSA pensi”).
Io devo riconoscere di essere stato fortunato perché sulla mia strada ne ho incontrati diversi di buoni maestri (alle elementari, alle medie, al liceo, all’università, al lavoro e nella vita). E se oggi sono la persona che sono lo devo innanzitutto a loro.
Sono molto contento che uno di questi buoni maestri, probabilmente uno dei più importanti, abbia accettato di scrivere per questo blog.
Sono contento per due ragioni, una personale e una “redazionale”. Quella personale è di poter condividere con voi (che ormai ci seguite assiduamente da qualche mese) l’approccio filosofico del mitico professor Giachino.  Quella “redazionale” è che con il post che segue si raggiunge un livello di comunicazione più profondo (magari anche più difficile, ma il beneficio vale lo sforzo!) rispetto a quelli provati finora.
Buona lettura!
(Mattia)

- Relativismo e Democrazia -

Sempre più spesso si associano questi due termini, quasi si implicassero reciprocamente, quasi che l’uno fosse il presupposto dell’altro e l’altro la necessaria espressione politica dell’uno.
Qui argomenterò la tesi contraria, cioè:
1) che democrazia e verità non si escludono affatto (Th.1); e
2) che il relativismo rappresenta piuttosto un pericolo per la democrazia (Th.2).

Ricorrerò ad argomenti tratti dalla storia dei sistemi liberal-democratici e ad argomenti più propriamente filosofici.  

Due definizioni preliminari:
1) per RELATIVISMO intendo quella posizione filosofica che afferma con il sofista Protagora che “l’uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono per quello che sono, di quelle che non sono per quello che non sono”.
2) quando parlo di  DEMOCRAZIA mi riferisco alla LIBERALDEMOCRAZIA, essendo questa la forma che attualmente caratterizza i nostri sistemi politici, fondati su due pilastri: i diritti fondamentali della persona che lo stato riconosce, garantisce e protegge (es. parte I della nostra Costituzione) e un sistema di poteri bilanciati e limitati, tale da evitare lo strapotere di uno sugli altri (parte II della Costituzione). Gli uni e gli altri costituiscono il contenuto delle leggi fondamentali che chiamiamo Costituzioni.

Th 1.1 -  I sistemi liberaldemocratici si fondano su alcuni principi e valori che non sono considerati convenzionali, anche se vengono scritti nelle Costituzioni. La nostra Costituzione (art. 2  li dice “inviolabili”).  Essi sono: libertà, uguaglianza, giustizia e solidarietà (liberté, égalité, fraternité della Rivoluzione francese, ma che la civiltà occidentale ha lentamente riconosciuto nel suo lungo cammino di umanizzazione, a partire dalla tarda antichità, con il cristianesimo…). 
Questi principi danno origine ai diritti fondamentali: della persona, etico-sociali, economici e politici (secondo l’articolazione della nostra Costituzione (parte I, artt. 13-54). 
Si assume in concreto una ben definita concezione antropologica con le conseguenze che ne derivano: liberà e uguaglianza vanno difese e promosse, ad es. (v. ad es. il 2° comma dell’art. 3: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”
Non pare dunque vero che le liberaldemocrazie contemporanee non pongano a loro fondamento una determinata concezione etica dell’uomo.

Th 1.2 – Sorge a questo punto una domanda: “perché questi princìpi, questi valori e non altri?”.   La risposta che storicamente è stata data è la seguente: “perché questi scaturiscono direttamente dalla natura dell’uomo”. (v. Dichiarazione d’indipendenza dei coloni inglesi d’America (4 luglio 1776): “Noi consideriamo queste verità come di per sé evidenti, ovvero che tutti gli uomini sono stati creati uguali e che sono stati dotati dal Creatore di alcuni inalienabili diritti, fra i quali la libertà, la vita e il perseguimento della felicità e che i governi sono stati fondati per assicurare il godimento di questi diritti e derivano i loro legittimi poteri dal consenso dei governati”; Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (26 agosto 1789): “…l’Assemblea Nazionale riconosce e dichiara, in presenza e sotto gli auspici dell’Essere Supremo, i seguenti diritti  [sopra definiti: “naturali, inalienabili e sacri”] dell’uomo e del cittadino: art. 1. - Gli uomini nascono e rimangono liberi ed eguali nei diritti”.

Qui sorgono alcuni interrogativi ulteriori:
a)            Non è vero che la natura ci fa liberi ed eguali, ci fa anzi diversi: alcuni forti, altri deboli, ecc. (obiezione di Callicle nel Gorgia platonico). Va quindi precisato meglio il concetto di natura: condizione di fatto o criterio ontologico-assiologico?
a)            Perché la natura dovrebbe essere assunta quale criterio ontologico-assiologico?  Il riferimento al “Creatore” dei coloni inglesi d’America e all’”Essere Supremo” dei membri dell’Assemblea Nazionale francese fornisce una direzione alla risposta: la natura assume il ruolo di fondamento, perché è espressione della volontà divina.  Il fondamento ultimo dei diritti è dunque Trascendente.


Th 1.3 – A questo punto possiamo porci la domanda fondamentale: “Che ne è dei principi fondanti la democrazia nell’età del relativismo? Non potendo più essere fondati, come storicamente è avvenuto, sulla Trascendenza, quale altro fondamento o giustificazione fornire? È sufficiente fondarli su una convenzione? E, soprattutto, di fronte ad una eventuale minaccia o limitazione di tali diritti, con quali argomenti ci potremmo mai opporre a chi intendesse negarli o limitarli? E se costui avesse dalla sua la forza del numero, una maggioranza che lo sostenesse, in nome di che noi ci opporremo?”  Come potete vedere l’ancoraggio di tale concezione antropologica alla trascendenza, il rifiuto di ridurla ad un puro prodotto di una convenzione, rendeva possibile e legittimava moralmente la critica. L’abbandono di una concezione della verità come indipendente dalla volontà umana e dalle convenzioni ci rende indifesi di fronte ad una messa in questione dei principi che fondano la democrazia.

Le conclusioni a cui siamo giunti ci consentono di comprendere la  Th 2: Il relativismo rappresenta un pericolo per la democrazia, perché di fatto equipara ogni concezione antropologica, anche quella opposta all’”antropologia democratica” e riduce l’efficacia di molti argomenti contro una antropologia incompatibile con la liberaldemocrazia.

Un’ultima obiezione: “Ma la verità non è per sua natura totalitaria e violenta? Chi è convinto di possedere la verità non si trasforma poi in persecutore intollerante di tutte le altre posizioni?”.
Occorre distinguere l'ideologia dalla ricerca della verità: ci sono ideologie totalitarie che hanno giustificato le repressione dei dissidenti e l’eliminazione degli avversari, ma occorre ricordare che  quelle ideologie sono state (e possono essere) smascherate proprio a partire da una autentica concezione dell’uomo e del vero.

Non so come possa essere violenta e intollerante una antropologia che pone al centro il valore della persona e delle relazioni fra le persone, la giustizia e la solidarietà, la ricerca della verità e il dialogo.
Sul frontone dell’università di Freiburg in Germania sta scritto a grandi caratteri questo versetto del Vangelo di Giovanni (Gv 8, 32) “Die Wahrheit wird euch frei machen” (La verità vi farà liberi): la difesa contro il furore ideologico non può che essere una verità che trascende l’uomo, che lo giudica e che gli consente un giudizio. kriticadellaragione.blogspot.com
(Emilio Giachino)