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10 feb 2012

- W il Decostruttivismo Russo -


L'idea e' nata durante un pranzo.
'Mi piacerebbe parlare di arte'
'Bene, facciamolo. Da dove partiamo?'
'Paintings'


Abbiamo fissato la data sul calendario e chiesto a tutto lo studio di mandare un contributo.


Poco a poco i 'paintings' sono arrivati. 


Abbiamo spostato la data sul calendario in modo da poter essere un pochino di piu'.


All'ora prefissata ci siamo guardati. Alzati timidamente. 
'Lo facciamo d'avvero?' 
Abbiamo suonato il campanello e ci siamo diretti verso la sala riunioni.


Qui abbiamo fatto due cose.
Prima provavamo a indovinare chi aveva inviato cosa.
Poi chi voleva ha parlato del quadro che aveva scelto.


'Quando lo guardo mi ricordo di un amico speciale. Un personaggio unico. E' grazie a lui che ho iniziato a interessarmi di arte contemporanea'
'Di questo quadro mi piace l'atmosfera da sogno. Mi fa capire quanto il mondo vada vissuto in liberta' '
'Mi colpisce come l'artista riesca a trasmettere energia e luce attraverso il nero'
'E' incredibile come il pittore riesca a trasferire dalla sua mente alla tela la sua instabilita' '
'Ho scoperto questo quadro attraverso un libro (Il paradiso e' altrove). Mentre leggevo lo dipingevo nella mia testa. Solo una volta finito il libro sono andato a vedere quanto il mio quadro fosse vicino a quello di cui il libro parlava'
'Nel titolo di quest'opera si trova la risposta a qualsiasi domanda che un uomo si possa porgere'
'In questo quadro c'e' una narrazione. Oltre alle tre dimensioni dello spazio si percepisce anche la dimensione temporale'
'Questo quadro non e' nella versione originale. Allora mi chiedo, c'e' un valore al di la' del dipinto in se'?'


E' stato un esperimento.
Si puo' dire che abbia funzionato perche' in una sola ora siamo usciti dalla stanza arricchiti.


Sapevamo qualcosa di piu' sugli altri.
E sapevamo qualcosina di piu' anche su noi stessi. 


31 mar 2011

- Io speriamo che me la cavo -



Scrivere un pezzo su cosa significa essere curatrice...un'impresa decisamente non facile...soprattutto considerando che curatrice ancora non sono e non so se mai lo sarò...
però penso di essere nell'ambiente dell'arte contemporanea da abbastanza tempo per parlare "delle gioie e dei dolori" che chi entra in questo mondo con un sogno deve affrontare...almeno all'inizio.
scegliere di lavorare nel mondo dell'arte non è semplice..
significa decidere consapevolmente di appartenere a una classe che definirei di "precariato di lusso", soprattutto in tempo di crisi..
già perché l'arte viene troppo spesso considerata un capriccio un po' frivolo, un passatempo per ricchi, un surplus inutile perché incapace per natura di "produrre" risultati tangibili ed immediati...
e se non appartieni alla cerchia ristretta di persone abbienti che vedono nell'arte un bene di lusso, ma al contrario entri in questo mondo con la volontà di costruirti una tua carriera, e magari un giorno di sopravvivere grazie a questo lavoro, beh certo non è un'impresa semplice...

lavorare nell'arte significa avere 25 anni ed essere incapaci di programmare il proprio futuro..
significa saltare da un posto all'altro senza la speranza di un'assunzione...
significa entrare in un mondo in cui per fare strada non conta necessariamente solo quanto sei bravo, ma anche quanto è importante la gente che conosci....
significa dover spiegare ogni giorno ai tuoi genitori che è normale lavorare senza essere pagati, con la consapevolezza di non poter promettere loro se e quando questo cambierà...
significa chiedersi continuamente se non sia meglio cambiare strada e sceglierne una più semplice, o quantomeno più sicura...
già...lavorare nell'arte a volte è proprio difficile....

eppure....

eppure lavorare nell'arte significa intraprendere un viaggio entusiasmante...
significa entrare in contatto con persone forse stravaganti ma spesso geniali, capaci di stravolgere la tua percezione delle cose...
significa avere l'opportunità di combattere contro l'appiattimento culturale e investire nel talento...
significa poter imparare continuamente e mettere in discussione verità precostituite...
significa  relazionarsi con culture e mondi anche lontani, utilizzando la creatività come lente per esplorare questi territori sconosciuti...
significa poter comprendere meglio il presente per provare ad immaginare il futuro...
lavorare nell'arte significa avere una posizione privilegiata da cui guardare il mondo e attraverso cui provare a cambiare il mondo...
si perché l'arte non è solo un bel quadro da appendere a una parete o un bel pezzo di arredamento da aggiungere al salotto...
l'arte è anche e soprattutto una risposta alla contemporaneità, un modo per comprenderla ed intervenire su di essa....
l'arte è anche e soprattutto cultura e la cultura, per quanto sottovalutata, è una risorsa e una conquista fondamentale dell'essere umano...

forse non arriverò molto lontano in questo settore, forse un giorno dovrò rinunciare alle mie ambizioni e trovare un compromesso per mantenermi...però ora come ora posso solo dire che sono contenta di aver scelto questa strada e di potermi svegliare ogni mattina convinta di lavorare per rendere il mondo in cui vivo un posto migliore....
se ce la farò? beh...io speriamo che me la cavo

30 mar 2011

- L'ebreo -


“L’Ebreo” di Gianni Clementi in scena al Teatro Nuovo di Milano.


Se mi trovo a scrivere per la prima volta, e sottolineo prima, una sorta di opinione su uno spettacolo a cui ho assistito, lo devo sicuramente all’entusiasmo di alcuni amici, ma anche devo dire al desiderio di comunicare ad un pubblico coetaneo le sensazioni che il teatro può dare.

“In passato temevo che tutti fossero pronti a sparare. Invece il pubblico viene in camerino con affetto vero”, così dichiara Ornella Muti nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera del 26 marzo 2011 proprio a soli 3 giorni dal suo debutto al Nuovo di Milano con lo spettacolo “L’Ebreo”.

Non vi nego che lo scetticismo imperava nei miei pensieri riguardo alla diva Ornella prima di assistere alla prima rappresentazione ieri sera, 29 marzo 2011, e mi spingeva a considerarmi parte di quei “tutti”. 

Son veramente bastati pochi attimi a tramutare lo scetticismo in stupore, quello stupore che ti incolla alla poltrona e ti spinge a scrutare ogni dettaglio con maniacale attenzione. Immacolata (Ornella Muti) domina il palco sin dal primo istante, e indiscutibile bellezza a parte, ipnotizza per la sua capacità espressiva e comunicativa. In una scenografia perfettamente curata si dipanano le vicende di una coppia in grado di far vivere allo spettatore sensazioni forti in ogni direzione, grazie alla graffiante ironia, al cinismo e alla violenza narrativa di certi momenti.
Il testo non risulta mai banale, anche nei momenti dove si ride e si sorride, ogni battuta è motivata e supportata dalle doti artistiche degli attori. L’ambientazione nel secondo Dopoguerra e il titolo dello spettacolo spingono a pensare ad un’opera avente come oggetto gli avvenimenti storici legati all’epoca; anche in questo caso lo spettatore rimane sorpreso. Infatti se il contesto storico è quello sopramenzionato e i riferimenti alla tematica son presenti, Gianni Clementi, l’autore, ci spinge ad una riflessione angosciante sulla natura umana, contestualizzabile in qualsiasi era. L’ossessione per i beni materiali, l’ossessione di perdere ciò che si ha, e che magari non ci si è neanche guadagnati, può spingere a gesti estremi e ad atti di indicibile crudeltà.

L’amaro in bocca che nasce dalla riflessione a cui spinge il testo è magistralmente equilibrata dall’indiscutibile soddisfazione che si prova nell’uscire dal Teatro pensando ad uno spettacolo veramente ben realizzato sotto ogni profilo.
(Mic)



“L’Ebreo” di Gianni Clementi
Teatro Nuovo di Milano
Dal 29 marzo 2011 al 3 aprile 2011

29 mar 2011

- Il sonno della ragione genera mostri -


(Goya, Il sonno della ragione genera mostri, 1797)


“La linea è elegante” dissi io.
“Il chiaroscuro è voluminoso” fece eco Jeff.
“Beh... io direi che il volume è lineare” concluse Irons.

Il mio rapporto con l'arte, intesa come materia scolastica, non è mai stato un gran che. L'eccessiva sudorazione delle mani, che ha sicuramente condizionato in negativo la mia carriera cestistica, ha sempre rappresentato un grosso problema anche per le mie tavole da disegno. Alla voce “pulizia del foglio” non sono mai riuscito a prendere più di mezzo punto (su due) a causa di macchie di inchiostro ovunque. Aggiungiamo pure una totale mancanza di talento nel disegnare. La mia sufficienza era dovuta al fatto che chi ha i voti più alti della classe in tutte le materie non può avere il debito di arte. In terza liceo cambiai classe e persi il mio status di intoccabile “più bravo della classe”. Perchè c'era uno più bravo di me. Grazie al cielo, iniziò storia dell'arte. Il voto di storia dell'arte faceva media con quello di disegno e per me divenne molto più semplice arrivare al sei.

Le interrogazioni di storia dell'arte nella nostra classe funzionavano a parole chiave. C'era una serie di sostantivi “linea” “volume” “colore” “chiaroscuro” che doveva essere accoppiata con una serie di aggettivi “elegante” “ben definito”“importante” “lineare”. Più parole chiave usavi e più il tuo voto era alto. Se la prof ti chiedeva di commentare un quadro non importava se dicevi “c'è un tizio trapassato da una freccia” o “il quadro è dell'anno.... si trova nel museo... si chiama “San  Sebastiano” ...secondo la simbologia religiosa può essere rappresentato legato a una colonna e/o trafitto da una freccia”. Il tuo commento doveva essere: “la linea è elegante, il chiaroscuro è ben definito e il volume è importante”, altrimenti non c'erano speranze di prendere un bel voto. Il difficile stava nel capire quale aggettivo collegare di volta in volta ai sostantivi. Durante le spiegazioni di storia dell'arte io annotavo su un foglio quante volte la prof diceva “importante”, “ben definito” o “elegante” e scommettevo con il mio compagno di banco su quale dei tre termini avrebbe vinto la lezione del giorno.

Mi rendo conto di essere molto profano, ma questo spiega perchè io Jeff e Irons continuavamo a ripetere queste frasi davanti a ogni quadro del Museo del Prado, ridendo un sacco. Invece per Mike e Stone quella visita fu una lenta agonia davanti a opere di pittura rinascimentale.

Ci saremmo forse divertiti tutti molto di più se fossimo andati al Reina Sofia, dove al piano di arte moderna e contemporanea Mike si sarebbe potuto improvvisare critico e lasciare libero spazio alla sua divertente e schietta irriverenza. Penso sia anche un museo più vario e interessante. Vedere “Guernica” dal vivo mi lasciò senza parole, ma fu un'altra volta. Perchè noi non sapevamo dell'esistenza del Reina Sofia. Però io, Jeff e Irons ci ricordavamo il box su Francisco Goya e il Prado nel nostro libro di storia dell'arte e spingemmo per andare a visitare il museo.

Goya è uno dei pochi artisti che al liceo apprezzavo perchè si distingueva dagli altri di quel periodo (cioè in quel capitolo del libro) come pittore visionario e anticonformista. Amavo l'opera “Il sonno della ragione genera mostri”. Era il motivo principale per cui votai per il Museo del Prado. Volevo vederla. La cercai per tutto il museo e non la trovai neanche nella zona dedicata alle altre opere di Goya.

Credo sia esposta da un'altra parte.

28 mar 2011

- Street art sweet art -



Proviamo, per una volta, a non considerare la negatività dell'illegale, quello che è illegale in questo stato potrebbe essere legale in un altro, in termini assoluti la legalità è un concetto che trascende dalla correttezza. Proviamo a guardare l'arte come qualcosa di superiore a tutto questo.

Non troverete mai un "murales" (termine osceno) su un'opera d'arte, questo è da mettere in chiaro.
Immaginate di poter esprimere un'arte povera, esprimerla colorando il metropolitano, monotono, grigio che vi circonda, specie in una situazione periferica e triste. Il tuo nome, il nome della tua compagnia di amici per migliorare uno spezzone della tua città, per far vedere che ci siete anche voi. Il soffio del tappo, la vernice che cola sul metallo arrugginito della locomotiva o della saracinesca, l'odore acre del gas, l'adrenalina..Il sorriso della tua opera vista il giorno dopo alla luce del sole, vedere uno squarcio variopinto nell'angoscia monocromatica. La soddisfazione.


L'errore è pensare che la street art sia solo vandalismo; non sono illuso, so che la maggior parte dei ragazzini è mosso da questa banale e stupida motivazione, ma dietro questo movimento c'è una cultura molto più ampia.
C'è il sentimento che muove qualsiasi artista, il semplice, scarno, quasi banale, bisogno di creare qualcosa di bello e utile. 

(Peg)

Lord Bean -04 - Bombardamenti a tappeto by Un Kritico

25 mar 2011

- Questa è musica -



E’ un’idea di alcuni studenti del conservatorio a dar vita ad un ambizioso progetto. Un progetto frutto del desiderio comune di fare musica, che vuole integrare le realtà musicali interne all'istituto con quelle di studenti ed universitari musicisti della città. Un progetto per unire, per vivere la musica insieme. Così nasce a Udine, nel 2007 l’Academia Symphonica. La voglia di credere in un progetto di sfide, sacrifici e soddisfazioni riunisce oggi novanta ragazzi musicisti e ne ha permesso la creazione, nel 2010, di un’associazione. Il progetto è diventato realtà, e l’Academia Symphonica si colloca oggi fra i complessi sinfonico-giovanili più numerosi d’Europa.

Ma cos'è che rende tutto questo possibile? Qual è il "collante" che lega tutti questi giovani in una realtà così grande? Nessun dubbio: l'entusiasmo e la voglia di fare, di fare musica e di viverla da dilettanti!

Al termine "dilettantismo", nei tempi moderni, si attribuisce uno strano significato, quasi dispregiativo, quando lo si associa ad una passione o un mestiere. Noi, invece, ne riscopriamo il suo significato più profondo ed arcaico. Noi viviamo la musica prima di tutto come un piacere, un godimento, vogliamo che la musica sia un diletto. A questo spirito "dilettantistico" si aggiunge la professionalità del Maestro PierAngelo Pelucchi, nostra guida e mentore, e di tutti gli orchestrali, di cui metà sono diplomati e laureati in conservatorio e nelle accademie di musica, e gli altri stanno terminando gli studi musicali.



 


La musica è quasi una necessità, talvolta morbosa, per trovare un modo di esprimersi, in questi tempi caotici e sordi di cultura. Non ci si rende davvero conto di quanta fame ci sia di cultura oggigiorno, e questo porta anche gli accademici a ridurre la musica ad un voto conseguito ad un diploma, o a puntare il dito sulle "note sbagliate", sbiadendone il valore, le emozioni che in quest'arte vivono, e di quest'arte si nutrono. La cultura, e in particolar modo la musica, non viene considerata più come un investimento, bensì una spesa a perdere; parole inflazionate forse, ma non ci si deve stancare di ripeterle!

Io vorrei ricordare, vorrei urlare a tutti, che la musica è il linguaggio più usato al mondo. Un linguaggio che non conosce bandiere, non conosce colori della pelle, etnie e astrazioni sociali: figli di medici e operai, figli di muratori e autisti di fatto su un palco tutti hanno la camicia bianca. Imparare a convivere e socializzare tra generazioni disuguali, provenienze e culture diverse, imparare il rispetto dei ruoli, l'intraprendenza e la solidarietà.

E’ di questi valori la società attuale credo ne abbia molto bisogno, soprattutto per ambire ad un futuro degno da far ereditare ai posteri.

E’ questa è solo una piccola componente che entra in gioco quando si vuole fare musica, a qualsiasi livello ed età.

Enciclopedie poi si potrebbero scrivere se andassimo ad analizzare la vera essenza della musica, il suo lato mistico-emozionale, quella forza tanto eterea quanto potenza in grado di smuovere nel profondo gli animi, ma meglio astenersi nel farlo se non si è abili e maestri con le parole, perché in fondo "parlare di musica è come ballare di architettura" (F. Zappa).

(Francesco Cecconi)

22 mar 2011

- Inconsciamente Conscio -



Crea. In un processo lineare, visibile, l'artista non vede la fine ma sa di essere spontaneo e consapevole nell'azione artistica. Potrebbe continuare ad occhi chiusi, senz'altro senza occhiali, all'uopo per commissione.

In fondo però, riflettendoci, egli si vede mentre dà il là alla creazione. Mi spiego meglio. Nel momento in cui l'artista è spontaneo nella consapevole illuminazione ad opera di qualsivoglia principio creatore - Dio? Natura? - allora vorrà dire che nonostante l'inconscia direzione, comprende di essere illuminato dall'ispirazione e per tale motivo diviene conscio della produzione artistica. Sa, quindi, di agire in funzione di qualcosa che ha sì delle dimensioni ma originariamente ne riesce a vedere solo i contorni sfocati.

La perfezione è raggiunta dalla continua battaglia edificante tra conscio ed inconscio , il cui prodotto in definitiva non è altro che la continuazione attraverso il genio dell'opera creatrice di Dio in quanto l'arte, nonostante sia imitazione di qualcosa di più perfetto rispetto alla stessa opera artistica poiché vera nell'idea, diventa autocoscienza dell'assoluto, l'assoluto che ritorna a se stesso.

L'uomo quindi è capax dei in quanto nella sua architettura perfetta riesce a sentire Dio dentro di sè, a farsi illuminare dall'angelo che è sì colui che muove il cielo, ma anche colui che è rivolto alla somma bontade ed attraverso la luce infinita illumina l'uomo contemplante rendendo la sua anima cosciente della sua esistenza, della sua ragione ed è l'anima, che sente e ragiona a ritornare alla causa, all'origine, all'archè, per cui l'uomo tende ad amare Dio, ad unirsi a lui nel suo amor intellectualis dei.

Questo è amore, questa è arte e bellezza che l'una nell'altra si ritrae ad immagine di Dio, la causa della causa.

(Stefano)
 

21 mar 2011

- Quando scoprire l'arte non Kosta(bi) nulla -


Strana la vita. Ando' piu' o meno cosi'. Ero in giro con mia sorella per le splendide vie del centro di Roma, dentro un'uggiosa Domenica d''Autunno. Passammo accanto al Chiostro del Bramante e, approfittando per cosi' dire dell'insistente pioggerellina di stampo anglosassone, decidemmo di andare a vedere la mostra che ci proponeva quel magnificiente ricettacolo di storia e cultura. 

L'artista in questione era Mark Kostabi, eclettico pittore nato a Los Angeles da famiglia di origine estone e trasferitosi a New York(per imparare l'arte, ma non per metterla da parte!). Cresciuto col mito di Warhol, il buon Mark e' riuscito con gli anni a riproporre quello che il grande maestro Andy aveva pionieristicamente sdoganato nel fantastico mondo dell'arte: la factory. 

Si tratta sostanzialmente di una bottega in cui tanti collaboratori lavorano alacremente alla produzione di una qualsivoglia forma di pensiero (in realta' dentro la bottega di Wharol succedeva davvero di tutto, in ossequio al piu' classico dei sex, drugs and rock n'roll!). Kostabi dunque produce, grazie all'instancabile contributo di questi aspiranti artistoidi, oltre 100 tele l'anno, tutte contraddistinte da un unico denominatore: la presenza nei quadri dell'uomo senza volto. E infatti camminando nei meandri del Chiostro rimasi subito incuriosito da questo aspetto, oltre che dalla forza e dalla pienezza dei colori. Notai poi anche allusioni ad alcuni mostri sacri dell'arte moderna come ad esempio De Chirico, di cui Kostabi e' un grande estimatore. 

Uscii da quella mostra con una strana sensazione di leggerezza, tipica di chi e' riuscito nell'impresa di soddisfare un lato estetico particolarmente esigente, e con la volonta' di assistere nuovamente a qualche performance kostabiana. E fu cosi' che, con mio sommo piacere, venni a sapere circa un anno fa, che Kostabi sarebbe venuto nello splendido scenario di Civitella del Tronto (se capitate in terra d'Abruzzo, rigorosamente la prima meta da visitare) per un concerto di solo piano(si' perche' e' anche un otiimo musicista) con lo sfondo arricchito da qualche suo dipinto. Ho avuto cosi' il piacere di conoscerlo e di fargli questa intervista. Strana la vita eh?
(Luca)

18 feb 2011

- My Very Own 365 project -




una foto al giorno..
per un anno...
un esperimento artistico...
una sorta di calendario in divenire partendo da attimi più o meno significativi della quotidianità..


un modo per fermare il tempo..
e per non dimenticare..
volti e luoghi...
colori e sensazioni..
momenti che in qualche modo hanno attraversato e riempito le mie giornate...


chissà quanti di questi ricorderò con precisione da qui a un anno..
chissà quanti diventeranno semplici frammenti sfocati..
ecco i primi 40 giorni.....

kriticadellaragione.blogspot.com
(Gloria)