5 ott 2010

- Ascolta -

(Paesaggi naturali, 1976/1981 - Franco Fontana)
“Quando a te si apriranno tante strade e non saprai quale scegliere,
non imboccarne una caso, ma siediti e aspetta.
Respira con la profondità fiduciosa con cui hai respirato
il giorno in cui sei venuto al mondo,
non farti distrarre da nulla,
aspetta e aspetta ancora,
resta in silenzio ed ascolta il tuo cuore.
E quando ti parla,
alzati e vai dove lui ti porta.” 
(tratto da "Va dove ti porta il cuore" di Susanna Tamaro)

Aspettare.

Respirare.

Profondamente.

Ascoltare.

Sentire.

Senza distrazioni, silenzio.

Con umiltà. 

Quand’è l’ultima volta che ti sei seduto da solo, senza suoni né rumori, senza altre immagini se non i disegni della tua anima?

Da quanto tempo hai smesso di ascoltare te stesso? 

O peggio, lo fai perché è di moda essere fragili ed incompresi? Da quanto tempo ti nascondi dietro un semplice quanto terribilmente egoista dichiararti più diverso degli altri?

Quando hai visto per l’ultima volta allo specchio i tuoi occhi sinceri, ora nascosti da uno stereotipo descritto ed approvato da quelli che contano?

Ogni volta che rileggo quelle parole scritte da una mano estranea ma così capace di descrivere un gesto naturale e distrattamente trascurato, il mio respiro prende tempo per lasciar sfogare un attimo i battiti del mio cuore. Per capire quanto la lentezza potrebbe riempire di coscienza la nostra esistenza. Che corre disperata fra gli imbrogli di un labirinto fatto di proiezioni di vita quotidiana nella vana speranza di potersi identificare in una qualcosa. Qualcosa creato dagli altri, ma definito, codificato e giusto, interessante e degno di nota. Qualcosa che, però, è del colore di un camaleonte abitante di un tempo in accelerazione costante.

Fermati.

Ascolta.

Ascolta in silenzio te stesso.

Ascolta il silenzio.

Rifletti sull’immensità attorno a te.

Svuotala di ogni altro illusorio abbaglio.

Riempi quell’immensità di te stesso.

Riempila di cuore e anima.

Sentirò la loro voce all’unisono.

E capirò la meraviglia del mondo nascosto da tutto il resto.

 (F. Mattiussi)


Ludovico Einaudi - 06 - I Giorni by Un Kritico

4 ott 2010

- Coraggio -

(Viandante sul mare di nebbia, 1818 - Caspar David Friedrich)


Gli ottimisti scalano le vette del pianeta. Adorano guardare il mondo dalle cime delle montagne. Non esiste cresta o troppo alta o troppo ripida. Gli indomiti ottimisti tentano l’impresa ovunque e in ogni modo. Essi sfidano la sorte e le leggi di gravità. E non si fermano facilmente: essi perseguono incessantemente l’arrampicata, perché una vetta non è mai abbastanza alta o irraggiungibile. Insoddisfatti del loro successo, li vedi  pronti a rimettersi in cammino per un’altra montagna, questa volta più alta, più scoscesa, più impervia. 
Di solito io mi adagio su una roccia a valle e li guardo salire. Si abbracciano tra loro, convinti di ritrovarsi a festeggiare tutti insieme in cima. Li vedo sorridere come ebeti, gonfi del loro ottimismo goliardico e pieni di speranza. Guardano in alto. Non vedono la meta, ma sanno che altri l’hanno raggiunta e che ora è giunto il loro momento. Sono eccitati, emozionati, impazienti di mettersi in marcia. Non si preoccupano di poter cadere. Sanno solo che non accadrà.
E io sto lì a ridere tra me e me, perché so che molti precipiteranno al suolo con quel loro cieco sorriso ancora stampato in faccia. Non avranno manco il tempo di cambiare espressione. Piomberanno con lo stesso stupido ghigno con cui sono partiti. 
E si possono vedere i loro corpi. Ce ne sono a migliaia incuneatisi nelle rocce, penetrati nelle gole del massiccio, avvinghiati ai macigni. Mi ricordano perché me ne sto lì, disteso eroicamente sul mio masso a veder quegli altri fessi tentar la sfida.



Però so che un giorno anche io dovrò mettermi in viaggio…
Ho perso troppo tempo seduto ad aspettare inutilmente che la paura cessasse…
Devo solo trovare il coraggio per partire e per credere che anche io vedrò il mondo da lassù…
Ma il dubbio mi angoscia e mi perseguita… “Ce la farò?

(Pippo)

Band of Horses - The Funeral by dancarr1981

3 ott 2010

- Colui che più ci manca -



Una sensazione di mancanza impregna questa dolce presenza – nastri che con purezza scivolano verso un pavimento cosparso da fazzoletti sgualciti scolpiti nella cera, come abbandonati da qualcuno affetto da un inconsolabile pianto. Nikki Luna pone l’attenzione su ciò che dà una consistenza al senso di assenza: il desiderio. Colui che più ci manca, tragicamente, è la persona che amiamo.

Nel glossario d'amore steso da Roland Barthes e intitolato “The Lover's Discourse: A Fragment” l'assenza è così definita: "Ogni episodio di un linguaggio che mette in scena l'assenza della persona amata, indipendentemente dalla causa e la sua durata, e che tende a trasformare questa assenza in un calvario di abbandono." Egli definisce categoricamente assenza come un discorso portato avanti dalla donna sedentaria. Mentre l'uomo caccia, la donna aspetta.

Tale assenza identificata nell’angoscia della donna abbandonata è ciò che Luna esplora con delicatezza. L’artista appende nastri su cui è stampata la frase "Gaano Ikaw ko kamahal" (quanto ti amo) presa in prestito dal testo di una canzone d'amore popolare filippina. Una canzone d'amore scritta dalla nonna di Luna per il marito che l'ha abbandonata nei loro anni del tramonto. E per il quale questa donna piange. I tessuti trasparenti, sparsi in maniera casuale, evocano nastri di cassette, rinforzando concettualmente la ripetizione visiva. Una canzone silenziosa e malinconica si ripete ancora e ancora, avvolgendo l'intera stanza con un peso indescrivibile.

La tragedia non è l'assenza fisica della persona amata. E’ l'inarrestabile presenza dentro di lei. La strofa "quanto ti amo" è un paradosso che descrive l’impossibilità di dare un peso e un valore a certe sensazioni. Abbandonata, lei sembra amare più di quanto sia a sua volta amata. Ma, come Luna ha visto, ogni caduta é una storia a sé, una storia non definibile in bianco e nero.

L'artista manifesta un frammento di questa ragione d'essere attraverso le sculture di tessuto, alcune delle quali sono lasciate bianche, mentre altre sono imbevute in vernice d'oro. Vi è dolore e vi è oro, come vi è la purezza di un affetto segnato dalle cicatrici di desideri mondani. La delicatezza generale dello spazio creato nasconde un’inesorabile devastazione. Andando ben oltre i luoghi comuni, Luna decostruisce simultaneamente i concetti di amore, donna e famiglia attraverso la rappresentazione minuziosa di una donna, incarnata da un parente estraniato, in quanto essere egoista ma al tempo stesso amorevole: altruista, ma alla fine, non amato.

Questa donna non è lo stereotipo della madre adorata né della moglie mansueta. Né corrisponde all’emblema del potere femminile. La precarietà della sua devozione l’ha condannata al suo isolamento. Come reazione la donna guarda indietro agli oggetti materiali, poiché unici elementi possedibili con pienezza; e ai suoi ricordi, come se in essi ritrovasse un amore corrisposto.

Tracciando i meandri intricati delle emozioni di questa donna, Luna ha sviluppato questo prezioso modello di ripetizione. Non diversamente dalla massima del Grande Gatsby per cui “barche che avanzano contro corrente, rimandano incessantemente al passato". Non diversamente dall’uomo eternamente infelice di Kundera, per il quale "la felicità è il desiderio di ripetizione." La ripetizione è inerzia, e l'inerzia è dolore. Parafrasando Nietzsche, "solo ciò che non cessa di ferire rimane nella memoria."

Luna esalta e al tempo stesso castiga questa donna che soffre. Di qui il materiale e le sfumature blu delle guarnizioni, che evocano l'immagine di vene pulsanti di desiderio e malcontento. L’artista mette a nudo queste vene come viste attraverso un polso luminoso. E lo fa mostrandoci esattamente dove la vita pulsa, si contorce, prospera.

(traduzione da Adjani Arumpac)
(G. de Risi)

Thomas newman - american beauty - american beauty by Topacio Bleu

2 ott 2010

- Gated Community -

(Shenzhen, Cina 2009 - M. Tarizzo)


Non sarà, forse, la nostra indifferenza; la mancanza totale di curiosità; lo sguardo svogliato e sufficiente; che sta rendendo le nostre città dei ghetti di emarginazione?

La ricerca delle “zone tranquille” in cui abitare, con connessa speculazione edilizia. La rincorsa alla “strada tranquilla”. Dubito siano azioni che non conducono a erodere il tessuto sociale che, quello sì, rende un ambiente urbano vivibile. Le zone fuori dal controllo dello Stato sono la diretta conseguenza di un comportamento socialmente accettato, la ricerca dell’esclusione. Diversamente, non saremmo noi tutti, con cadenza giornaliera, bombardati di pubblicità che decantano le virtù di una comunità separata, immersa in un verde esistente sono nei rendering, dove regna la fortificazione e la lontananza.

La nostra ansia di sicurezza, ha prodotto un’insicurezza palpabile, che alimenta nuovi vagheggiamenti di protezione. E non saranno certo quattro rincoglioniti dotati di pacemakers e con il pallino delle ronde ad assemblare nuovamente le macerie materiali e sociali in cui sono sprofondati interi quartieri delle nostre città.

(F. Graziani)


Bob Dylan - Knock-Knock-Knockin on Heaven's Door by Sphini

1 ott 2010

- Eleganza -

(Iraq, women in black veils 2003 - James Nachtwey)

Trascorsi solo dieci ore all’areoporto di Dubai.
Primo incontro con una cultura di colori, pensieri e gesti diversi scosse in me pensieri che giacevano nel profondo delle mie riflessioni. Credenze che non avevano la forza di essere legittimante da una singola idea auto generata, se non con un fastidioso essere critico ed inconcludente nei confronti di pezzi di vita quotidiana che i miei occhi si sono abituati a vedere ma che la mia anima si rifiuta di guardare ed accettare.
Vidi donne.
Vidi donne arabe nel loro vestito tradizionale.
Accanto, vidi donne occidentali nei loro vestiti alla moda.
Abiti lunghi che lasciavano solo ai lineamenti del visto godere dei raggi del sole.
Minigonne e t-shirt della moda estiva che stringevano forme troppo abbondanti di carne chiara.
Occhi che roteavano curiosi alla scoperta di quello che c’è oltre il velo.
Forme lasciate distrattamente sotto lo sguardo cadente di uomini e donne di passaggio.
Un’istinto naturale mi chiese di avvolgermi la sciarpa attorno alle spalle. Chiedere scusa a chi non può permettersi di scegliere altro colore che le sfumature del nero. Implorare che quelle megliette bianche e succinte urlassero perchè qualche altro tessuto le aiutasse a coprire la nudità che ha perso ogni tiepido richiamo alla sensualità di una moda lontana.
E mentre osservavo questi incontri di contrasti, mi guardai con gli occhi di un’altra cultura, o almeno provai a farlo. Ricordo uno strano senso di irrequietezza nei confronti delle donne nate nella mia stessa parte di mondo, di quelle donne che senza pudore portavano abiti alla moda. Una moda di giornali, modelle e macchine fotografiche, sufficientemente di moda per noi da essere considerati sfacciati da loro.
Una moda che ci ha imposto canoni di bellezza che non possiamo rispettare, ma che inesorabilmente cerchiamo di imitare.
Una moda che ci insegna nel modo sbagliato l’arte della seduzione.
Una moda che ha perso il significato di eleganza.
L’eleganza di una donna.
Vidi camminare sinuosa una donna araba coperta da un lungo vero nero.
Mi nascosi sotto la sciarpa e ripensai a quanto elegante era la gonna lunga di mia nonna da giovane.
(F. Mattiussi)


Sting - Desert Rose by Un Kritico

30 set 2010

- Inno alla vita -



 La vita è un’opportunità, coglila.
La vita è beatitudine, assaporala.
La vita è un sogno, fanne una realtà.
La vita è una sfida, affrontala.
La vita è un dovere, compilo.
La vita è un gioco, giocalo.
La vita è preziosa, abbine cura.
La vita è una ricchezza, conservala.
La vita è amore, donala.
La vita è un mistero, scoprilo.
La vita è promessa, adempila.
La vita è tristezza, superala.
La vita è un inno, cantalo.
La vita è una lotta, accettala.
La vita è un’avventura, rischiala.
La vita è felicità, meritala.
La vita è la vita, difendila.


(Madre Teresa di Calcutta)

Track 05 - Ennio Morricone - The Mission by Un Kritico