16 nov 2010

- Passeggiando in 3 dimensioni (Metropolitan Museum) -



Ti guardi intorno e come fossi fina polvere, camminando, ti ritrovi in culture diverse, secoli diversi, stagioni e colori diversi.

E' così strano che l'emozione non cambi rotta nella diversità che adesso mi appartiene.

Da un cavallo bianco, che aizzato da un padrone invadente prende il volo, ad un professore gigantemente in crisi con una generazione così piccola e svagata da non cogliere il valore di un minimo di attenzione...

Ad un musicista di Litra che dietro un sorriso accondiscendente nasconde un diabolico tormento in maschera...

Ad un viso, i cui occhi riflettono la confusione che la mente è ben lungi dal raccontare...A Korean is still sleeping.

Ad un sensuale abbraccio di androgina memoria.

A 3 donne ritratte non per scelta, che mai nessuna ha gli occhi presenti (John Singer Sargent).

Alle suadenti ballerine di Degas; alla The Letter 1865 - Camille Corot. Ballerine, tutù bianchi e nascoste passioni.

A Thomas Couture: "Soap Bubbles".

A Paul Cézanne ed i suoi giocatori di carte.

Ai cipressi e vasi di Van Gogh.

Alla fotografia di Brassai: Giornata di pioggia agli Champs Elysées.

A Turner con il suo Fisherman at Sea.

Storie e vite che attraversando il tempo non lo intaccano, bensì lo riempiono di speranza per chi di arte non può fare a meno.
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(Stefano)

(Marlene Kuntz)(12 - e poi il buio) by valerio_31

15 nov 2010

- Quanto sei intelligente? -

(Non so leggere, G. Boscarino)


"Un secolo fa Alfred Binet inventò a Parigi il primo test del quoziente d'intelligenza con il sano proposito di identificare i bambini che avevano bisogno di maggiore aiuto dai maestri delle scuole. L'inventore fu il primo ad accorgersi che questo strumento non serviva per misurare l'intelligenza, che non è quantificabile, e quindi non doveva essere usato per squalificare nessuno.
[...]
Già nel 1913 le autorità nordamericane imposero il test di Binet alle porte di New York, ben vicino alla statua della Libertà, ai recenti immigrati ebrei, ungheresi, italiani e russi, e in questo modo constatarono che otto immigrati su dieci avevano un cervello infantile. Tre anni dopo le autorità boliviane lo applicarono nelle scuole pubbliche di Potosì: otto bambini su dieci erano anormali."
(E. Galeano, A Testa in Giù)




Che punteggio avrà ottenuto Alfred Binet nel test di Binet?
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8 nov 2010

- Autunno -



"Tommaso, guarda che bella la Serra di questi colori!"
"E' l'autunno!"

Volevo spiegarglielo io, ma lui lo sapeva già.
Chissà come mai i bambini sanno sempre le cose essenziali!?

(Mattia)


7 nov 2010

- Reparto Numero 6 -


 [...]
- Il freddo, come ogni altra sensazione dolorosa, si può non avvertire. Marco Aurelio diceva: "Il dolore non è che una viva rappresentazione del dolore: compi uno sforzo di volontà, in modo da mutare questa rappresentazione, rimuovila da te, cessa di lamentarti, e il dolore svanirà". E' una cosa giustissima. Il sapiente, o più semplicemente l'uomo pensante, che penetra a fondo nelle cose, si distingue appunto per il fatto che disprezza la sofferenza: egli è sempre contento, e di nulla stupisce.

- Allora io sarei un idiota, dato che soffro, sono scontento e rimango stupito delle bassezze umane.

- Voi sbagliate, a fare così. Se vi sollevaste più spesso alla meditazione, comprendereste allora quanto siano trascurabili tutte quelle esteriorità che vi mettono in tanta agitazione. L'essenziale è di tendere alla comprensione della vita: raggiunta questa, si ottiene il vero bene.

- Comprensione della vita... - aggrottò il viso Ivan Dmitric. - Esteriorità, interiorità... Scusatemi, son cose che non intendo. Io so soltanto, - esclamò, alzandosi e fissando irosamente il dottore - so soltanto che Dio mi ha creato di sangue caldo e di nervi, già! E poi, un tessuto organico, se è vitale, deve reagire a tutte le irritazioni.

- E io reagisco! Al dolore rispondo con le grida e con le lacrime, alle bassezze con lo sdegno, alle turpitudini con la nausea. A parer mio, appunto in questo consiste la vita. Quanto più in basso sta un organismo, tanto meno è sensibile, e tanto più debole è la risposta che dà agli stimoli esterni: e quanto più sta in alto, tanto più è ricettivo, e con tanta più energia reagisce alla realtà. Come ignorare cose simili? Siete un dottore, e non sapete certe piccolezze! Per poter disprezzare il dolore, essere sempre contenti e non meravigliarsi di nulla, bisogna ridursi, ecco, in quello stato lì - e Ivan Dmitric indicò il massiccio, obeso contadino. - Oppure indurirsi talmente alle sofferenze, da perdere ogni sensibilità per esse; cioè, in altre parole, cessare di vivere. Voi mi scuserete, giacché io non sono né un sapiente né un filosofo, - soggiunse Ivan Dmitric irritato - e si tratta di cose di cui non m'intendo affatto. Non sono in grado di ragionarne.

- Al contrario, ne ragionate benissimo.

- Gli stoici, che voi andate parodiando, sono stati uomini superiori, ma sono passati ormai duemila anni da quando la loro dottrina si è cristallizzata, e da allora non ha avanzato d'un filo, né avanzerà mai, per il fatto che non è pratica, non è vitale. Essa ha avuto seguito soltanto presso una minoranza, intenta a passar la vita nello studio e nella degustazione delle più varie dottrine: ma la maggioranza non l'ha compresa. Una dottrina, la quale predica l'indifferenza alla ricchezza e agli agi della vita, il dispregio delle sofferenze e della morte, riesce assolutamente incomprensibile all'enorme maggioranza degli uomini, giacché quest'ultimi non hanno mai conosciuto, nella vita, né ricchezza né agi; e d'altro canto, disprezzar le sofferenze, equivarrebbe per essi a disprezzar la vita stessa, giacché tutta l'esistenza umana consiste in sensazioni di fame, di freddo, di offesa, di privazione, e di amletico terrore davanti alla morte. A queste sensazioni si riduce per intero la vita:

è lecito sentirne la gravità, prenderla in odio, ma non già disprezzarla. E perciò, lo ripeto, la dottrina degli stoici non potrà mai avere avvenire, mentre dal principio dei tempi a tutt'oggi progrediscono, come vedete, la lotta, la suscettibilità al dolore, la capacità di rispondere alle irritazioni esterne...

[...]

Ivan Dmitric rise e si sedette.

- Ammettiamo pure che la tranquillità e la contentezza dell'uomo siano non già al di fuori di lui, ma in lui stesso - riprese. - Ammettiamo che sia indispensabile disprezzare le sofferenze e non meravigliarsi di nulla. Ma voi, personalmente, che fondamento avete per predicare così? Siete un sapiente, voi? Siete un filosofo?

- No, io non sono un filosofo, ma si tratta d'un insegnamento che chiunque può sostenere, giacché soddisfa la ragione.

- No, io voglio sapere per quale motivo, nelle faccende della comprensione, del disprezzo delle sofferenze, eccetera eccetera, voi vi ritenete un competente. Perché avete forse sofferto qualche volta?

Avete un concetto, voi, di ciò che sia soffrire? Permettete: quando eravate piccolo, vi battevano?

- No, i miei genitori avevano un'avversione per le punizioni corporali.

- E invece mio padre mi ha battuto crudelmente. Era, mio padre, uno di quegli aspri impiegati emorroidari, con un lungo naso e il collo giallo. Ma parliamo piuttosto di voi. In tutta la vostra vita, nessuno vi ha mai sfiorato con un dito, nessuno vi ha mai spaventato, mai bastonato: e di salute ne avete quanto un bue. Vi siete fatto grande sotto l'ala del babbo, avete compiuto gli studi a sue spese, e poi tutt'a un tratto avete agguantato una bella sinecura. Sono più di vent'anni che vivete gratis in un appartamento ben riscaldato, ben illuminato, con tanto di servitù, godendo per giunta del diritto di lavorare come e quanto vi piace, o magari di non far nulla. Voi, di natura vostra, siete un uomo infingardo, flaccido, e quindi avete fatto di tutto per sistemare la vostra vita in modo che nessuno vi infastidisse o vi costringesse a spostarvi di pezzo. Il da fare lo avete scaricato sull'assistente e sull'altro canagliume, mentre voi ve ne siete stato al calduccio, in santa pace, raggranellando quattrini, leggiucchiando libretti, godendovela a speculare su ogni sorta di elevate fandonie, nonché - qui Ivan Dmitric diede un'occhiata al naso rosso del dottore - a scolare bicchierini. A farla breve, voi la vita non l'avete vista, non la conoscete a fondo, e con la realtà delle cose non avete che una conoscenza teorica. E quanto al vostro disprezzo delle sofferenze e al vostro non stupirsi di nulla, hanno un movente semplicissimo: la vanità delle vanità, l'esteriorità e l'interiorità, il disprezzo della vita, delle sofferenze e della morte, la comprensione, il bene verace, costituiscono, tutti insieme, una filosofia che pare fatta su misura per il poltrone russo. Voi vedete, per esempio, un contadino che picchia la moglie. A che scopo intromettersi? Lascia che la picchi, già tutt'e due moriranno lo stesso prima o poi; e per giunta, chi picchia, offende con le sue percosse non già colui che picchia, ma se stesso. Abusar di liquori è stupido e sconveniente, ma se berrai, morirai, e se non berrai, morirai ugualmente. Viene a cercarti una popolana, le dolgono i denti... Ebbene? Il dolore non è che una rappresentazione del dolore, e poi, senza malattie non si campa a questo mondo, e tutti finiremo col morire: si tolga dunque d'innanzi questa popolana, e non m'impedisca di speculare e di succhiare acquavite. Un giovane chiede consiglio, cosa fare, come vivere; prima di dargli una risposta, un altro ci penserebbe ben bene; qui invece la risposta è già pronta: tendi alla comprensione, ovvero sia al bene verace. Ma che cos'è, questo fantastico BENE VERACE? La risposta qui manca, beninteso! Noi altri siamo tenuti qua in gabbia, ci fanno imputridire, ci torturano, ma anche queste sono cose eccellenti e razionalmente giustificabili, con ciò sia cosa che tra questa corsia e un tiepido, accogliente scrittoio, non c'è alcuna differenza. Oh la comoda filosofia: da fare, non c'è nulla, la coscienza è netta, e hai la sensazione di essere un sapiente... Ah no, illustre signore: non è filosofia questa, non è meditazione, né larghezza di vedute; bensì è pigrizia, è fachirismo, è sonnolenta ebetaggine... Sì! - tornò a incollerirsi Ivan Dmitric. - Le sofferenze, voi le disprezzate, ma fate che vi si schiacci un dito nella porta, e vedrete se non vi metterete a urlare a squarciagola!

- Chissà, potrebbe anche darsi che non urlerei - esclamò Andrej Efimyc sorridendo con dolcezza.

- Sì sì, altrocché! E se poi vi stecchisse una paralisi, oppure, supponiamo, un imbecille o un impudente qualunque, approfittando della sua posizione e del suo grado, vi oltraggiasse pubblicamente, e voi sapeste come nessuno lo punirebbe di questo, eh, allora sì che comprendereste cosa vuol dire rimandare gli altri alla comprensione e al bene verace!

(da Reparto N°6 - A. Cechov




5 nov 2010

- “Cosa guardi? Chi stai fissando?” -



In treno, al supermercato e camminando senza meta in una piazza. Seduta nel bar del centro della mia città natale, dove la gente dice di conoscersi tutta, rivolgo spesso lo sguardo lontano da chi è con me, anche solo per un impercettibile secondo. Quanti siamo? Quanto siamo diversi? Guardandomi attorno mi perdo tra sguardi diversi, finestre su reticoli di pensieri singoli e singolari.

Mi meraviglia come la natura umana sia composta da un moltiplicarsi di io, fugacemente autonomi ma non indipendenti, orgogliosi e casualmente amanti o nemici. Figure di vita diverse una dall’altra, immagine momentanea di un’infinità di volti del passato generatori di vita per storie future.

Sono affascinata dalle storie che portano ogni volta estranee persone davanti ai miei occhi od accanto ai miei passi. E confesso di divertirmi a giocare con l’aspetto, le parole ed i gesti di chi mi sta attorno, e come un romanziere decide le sorti dei suoi personaggi in un mondo riprodotto dalle parole, io costruisco pezzi di vita altrui appropriandomi di un discorso al telefono, di un abbraccio o di un sorriso.

Interpreto una vita da un istante rubato ad ignari passanti che diventano ispirazione per un inespresso cortometraggio che altro non vuol dimostrare a me stessa se non quanto ognuno, appropriandosene, crede uniche le proprie gesta, emozioni e decisioni. E invece queste si riproducono a specchio ed accompagnano con puntuale costanza ogni esistenza. Innamoramento, litigio, confessione e delusione. Un’amicizia ed una maternità, il dolore della morte e la speranza. La fortuna e la sua attesa.

Guardandomi attorno catturo fotografie di altri momenti di vita e provo conforto nel percepire come la nostra singola diversità collassi inesorabilmente in motivi comuni, indelebili incisioni dell’essere a cui la nostra volontà non può far altro che desistere.

Mi piace curiosare illegittimamente nello spazio che non mi appartiene, un bisogno nascosto di confermare la fragilità che ci sostiene ma che la sopravvivenza ci ha insegnato a nascondere anche ai nostri stessi occhi, di ricercare quella solidarietà inespressa tra simili e di calmare quella remota angoscia d’essere sbagliato.

Un’uguaglianza impossibile da rinnegare e fonte di vita ma che contrasta con orgoglio, egoismo ed inspiegabile senso di superiorità, con quei crudi sentimenti che io, tu, ed ognuno sosteniamo con le nostre giornate, credendo e dimostrando alla nostra superbia d’essere migliori. Un senso assoluto nel vuoto di un’infinità di pensieri simili ed omicidi.

Mi rasserena percepire come il nostro essere vive di questo e si declina nell’unicità di ognuno.

“Niente, osservo la gente…”

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(Francesca)



Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town by Un Kritico

2 nov 2010

- L'odio -


Titolo originale: La haine
Nazione: Francia
Anno: 1995
Genere: Drammatico
Durata: 95'
Regia: Mathieu Kassovitz 

Cast: Vincent Cassel, Hubert Koundé, Saïd Taghmaoui, Abdel Ahmed Ghili, Solo, Joseph Momo, Héloïse Rauth, Mathieu Kassovitz
Produzione: Christophe Rossignon




 Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani.
Mano a mano che cadendo passa da un piano all'altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: «Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene». 
Il problema non è la caduta, ma l'atterraggio.

  
Presentiamo qui gli ultimi minuti del film:

1 nov 2010

- Ti Amo -

(Morning Sun - E. Hopper)
Aprirò un cassetto enorme, di quelli veramente enormi, avrò bisogno di un sacco di spazio visto che dovrò chiuderci dentro 4anni abbondanti della mia vita.

Inizierò col metterci dentro un bellissimo tramonto nord-africano, col cielo spaccato in due e il sole che muore sul mare, subito dopo ci metterò una notte su un pavimento al secondo piano di una casetta a Bristol accanto ad un bacio su un letto rubato, con un giovanissimo Muccino che mascherava l'invidia per non poter girare una scena così romantica e reale.

Ci metterò una stanza super lusso di un hotel spagnolo ed una foto di due viaggiatori mano nella mano nelle strade di Londra, scattata mentre si promettevano che, ovunque sarebbero andati, l'avrebbero fatto uniti in quel semplicissimo modo.

Lo decorerò con un prato di girasoli, dove mi rotolerò insieme ad un gatto, due cani, due conigli e una cavia, mangiando le migliori patatine olandesi, un centinaio di piadine e i panini di una vecchia signora greca.

Ci infilerò la neve di un paesino di montagna, il ghiaccio di Praga, e un enorme torre francese di metallo, la rabbia di un paesino ligure, il sole di Valencia e il colosseo. Ci lascerò sopra due parole, dette forse per la prima volta in modo sincero e con cognizione di causa, pronunciate alla fermata di un tram e su un lettone al mare.

Mi sforzerò di chiuderlo questo cassetto, tenendo però la chiave sempre a portata di mano, sperando di poter, prima o poi, riaprirlo e far in modo che il mondo smetta di essere grigio e opaco e possa tornare a splendere dei colori più belli.
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(Peg)


Prince - Purple Rain by dorielle