26 apr 2011

- Interrail #15 -


Capitolo Quindicesimo: 
Retiro




[Ascolto consigliato: Schism – Tool]

Madrid, Venerdì 15 Luglio 2005 ore 15.46.
Ventiquattro ore fa stavamo per atterrare a Barajas. Fra quattro ore partiremo per il Portogallo. Tre giorni fa ero l'unico dei miei amici a non essere ancora maturato. Tra tre giorni sarò ancora in Portogallo, forse. Quattro sere fa tutti i miei amici, o quasi stavano festeggiando. Phil forse non ne aveva molta voglia, conoscendo il suo voto. Ma la fine degli esami di Jeff, suo compagno di banco, rappresentava un evento a cui non poteva rimanere indifferente. Mike...beh per Mike ogni occasione è buona per festeggiare. E così quei tre passarono tutta la notte in giro. Mentre anche Paulie festeggiava, probabilmente con la sua ragazza. Mentre Alex, già partito per Roma, festeggiava nella capitale. Mentre Stone e i suoi compagni facevano il falò di quaderni e libri di scuola del liceo. Mentre Irons passava la notte insonne, con l'inquietudine tipica di chi ha l'orale il giorno dopo. Quattro notti fa nessuno dei miei amici ha dormito molto, a differenza di me che potevo godere del sonno incosciente di chi sa che non è domani, ma dopodomani. Però domani sarà un giorno di studio matto e disperatissimo. Perciò meglio non pensare e dormire. Effettivamente, da allora non mi ero più fermato un attimo. Fino ad ora, protetto dall'ombra di esili alberi in un punto non meglio precisato del parco, semi assopito come tutti i miei compagni di viaggio. Fa un caldo inumano. Ed è per questo che andremo verso il mare. Quattro notti fa era la notte prima della notte prima degli esami. Non so dove sarò fra quattro notti.

Nel frattempo erano probabilmente usciti i voti ufficiali della nostra classe. Noi, più o meno, già  sapevamo i nostri. Ma eravamo troppo stanchi per discuterne. Troppo lontani con la mente per informarci su quelli che non conoscevamo. Eravamo in viaggio. Decidemmo che era ora di muoversi, perciò ci addentrammo nel parco alla ricerca di… qualcosa. Non so bene cosa, un punto di ritrovo per giovani, delle ragazze, artisti di strada, un concerto rock, un campo da basket, qualsiasi cosa. Invece trovammo solo uno stagno brutto, tortuose stradine secondarie che ci facevano girare in tondo e poi vialoni assolati che ci fecero rimpiangere le stradine. Non c’era anima viva, non avevamo la minima idea di dove ci trovassimo e faceva un caldo terribile. Irons disse: “Ucciderei per una bottiglietta d’acqua” ed era un po’ il pensiero di tutti. Trovammo uno spiazzo che poteva forse essere indicato sull'approssimativa cartina della nostra guida e capimmo di essere dalla parte sbagliata. Dopo venti minuti buoni di cammino in cui non incontrammo anima viva apparvero, come un miraggio, un bar, dei tavolini e uno specchio d’acqua. Ci precipitammo, con le poche forze che rimanevano, a comprare dell’acqua, senza pensarci due volte. Ovviamente nel chiosco dieci metri più avanti la bottiglietta costava di meno. Per puro caso vicino a quel laghetto con tanto di servizio barca, c’era un’uscita che riportava alla zona del Prado. Mentre indugiavamo con le foto uno straniero si avvicinò. “Italiani, vero?” “Sì” “Aah Italiani! Pizza, spaghetti…” Noi continuammo “Sì… mafia, mandolino”. Poi lui, con gli occhi che si illuminavano: “Fumo! Fumo fumo fumo! Buono volete?”. Ma perché al concetto di “italiano” tutti associano automaticamente la parola “fumo”? Dopo aver rifiutato con il solito “No grazie, siamo sportivi” ci dirigemmo verso il nostro prossimo obiettivo: la stazione ferroviaria di Chamartin. Mike, consultando la piantina della metro disse: “La linea è chiusa per lavori nell’ultimo tratto, potremmo scendere un paio di fermate prima al Bernabeu” facendo sì con la testa  a cui io replicai, scuotendo la testa: “Sì, ma la più vicina è Plaza de Castilla e non ci resta molto tempo…”

21 apr 2011

- Interrail #14 -


Capitolo Quattordicesimo: 
La svolta



[Ascolto consigliato durante il pezzo: La strada – Modena City Ramblers]

Venerdì 15 Luglio 2005, molto prima dell'alba.
Il mio dolce e meritato riposo viene interrotto da un irritante beep che si ripete inesorabilmente. Apro gli occhi, buio pesto. Non è mai facile svegliarsi al mattino. Ancora meno se il giorno prima è stata una giornata lunga e intensa. Ancora meno se sai che quella che sta per venire non sarà una giornata meno lunga e meno intensa. Ancora meno se il tuo primo pensiero è “ma quell’idiota di Irons doveva proprio mettere su un casino del genere? Mica siamo solo noi in stanza!” Mentre il rumore continua incessantemente, io mi rigiro dentro al sacco a pelo cercando una posizione comoda per godermi al massimo quei pochi momenti di riposo rimasti. Sento dei rumori provenienti dal letto di sotto. Intanto la sveglia smette di suonare. “Ecco… Lo sapevo che le avremmo svegliate! Bravo Irons! Imbecille!”. Questo è il mio ultimo pensiero prima di riaddormentarmi di nuovo.

Un paio d'ore dopo... “Eddie sveglia! Andiamo a fare colazione”. La mia risposta è un verso assonnato che ha un che di inumano. Ancora intontito, mi guardo attorno. Nella stanza c’è parecchia luce e molti letti sono vuoti. Lo stupore mi fa svegliare quasi del tutto. “Ma… che ore sono?” “Sono le otto e mezza. Le ragazze avevano messo la sveglia prestissimo. La mia è appena suonata!” Mi risponde un attivissimo Irons. “Suonata?Non l’ho sentita”. “In realtà c’era la vibrazione. Ma comunque ero già sveglio da un pezzo. Alora… andiamo a fare colazione? E poi…iniziamo a conoscerle!”. Irons, proprio un bravo ragazzo!

Ore 8.43. A colazione elaboriamo un piano d’attacco. Che si fa oggi a Madrid? Museo del Prado? E stanotte? Dove si dorme? Ma stanotte saremo ancora nella capitale? E allora come ci muoviamo? Macchina o treno? L’unico che non ha dubbi e continua a parlare di nove inglesine è solo Irons. La questione del mezzo di trasporto era sicuramente la più importante. Ma è inutile andare tutti insieme alla stazione a chiedere informazioni (ricordo che nessuno sapeva esattamente cose fosse un biglietto interrail). Mike e Stone si offrono volontari.

Ore 9.09. Jeff va a riassettare la sua roba in camera, la solita fighetta (ma cosa aveva da sistemare dopo neanche un giorno?), io e Irons andiamo nella nostra e facciamo finalmente conoscenza delle ragazze. Nove ragazze per noi. Beh... in realtà sette. Le due che stavano ancora dormendo erano state scartate già prima di colazione. Dopo una prima rapidissima quanto precisa occhiata perdono subito la tipa che dormiva sotto di me per aver fatto suonare quell'irritante sveglia. Perché è decisamente la migliore. Quindi dimostro tutta la mia grande padronanza della lingua inglese con un Hi”, non per forza rivolto a lei, che stava seduta per terra a leggere una guida. Timidi, per non dire indifferenti, “Hi” in risposta. Quindi prendo un po’ di tempo facendo finta di sistemare qualcosa nello zaino dentro all’armadietto. Cosa ci volete fare… io ero quello che poteva leggersi la guida, parlare con le reception degli alberghi, ma sicuramente non il più adatto per interagire con le ragazze. Il frontman era Mike e questo lo sapevamo tutti, ma non si era particolarmente interessato alla faccenda. Stone e Jeff in caso di straniere erano tagliati fuori per problemi di comunicazione. Irons nonostante il suo quattro di inglese era in grado di trasformarsi davanti a ragazze straniere, ma in rispetto del mio otto si limitò a ripetere le mie mosse. Una biondina che strappava la sufficienza si dimostrò più disposta delle altre a fare quattro chiacchiere. Irons si buttò su quella. Io scambiai qualche battuta con alcune delle altre e appresi da quella che dormiva sotto di me che stavano per uscire e andare al Museo del Prado e mi feci indicare sulla loro cartina dove fosse. Poi in neanche cinque minuti loro uscirono. Arrivò Jeff, che si era già cambiato tre volte dall'inizio del viaggio. Uscimmo anche noi.

Ore 9,32. Le strade sono semi deserte. Noi passeggiamo senza meta per le vie, osservando la città che si sveglia, i negozi che aprono, i viaggiatori assonnati che riprendono il loro cammino dopo una notte passata a dormire nelle piazze. O almeno, questa è l’impressione che mi dà il giovane, a quanto pare mezzo italiano, che ci ferma. Appena ci rivolge la parola istintivamente tutti e tre guardiamo in alto per vedere se ci stanno buttando addosso del materiale lattiginoso (maledetta guida turistica!), invece voleva semplicemente venderci dell’hashish. Alla nostra solita risposta “Non fumiamo. Siamo sportivissimi!”lui dice “Beati voi!”, però si capisce che il suo pensiero è “Non vi fidate di me? Guardate che io ho roba buona… Peggio per voi!”. In quella mezz’oretta di vagabondaggio casuale io stavo abilmente cercando di portare gli ignari Jeff e Irons verso il negozio “Madrid Rock”, segnalato sulla guida, nella speranza di scoprire che i CD in Spagna non costano nulla o di trovare qualche bella maglietta di un gruppo rock (ne sparo uno a caso: Pearl Jam). Sta di fatto che quando arrivammo in Gran Via quello era chiuso, il sole iniziava a battere parecchio forte ed era già ora di tornare alla base per sapere i risultati della spedizione di Stone e Mike.

Ore 10.40. “C’è un treno per Porto che parte stasera, la menata è che domattina alle sette dobbiamo cambiare a Pourrinho.” “ Fa lo stesso. Ora d’arrivo?” “Undici del mattino”. “Perfetto. Ok, aggiudicato, lo prendiamo. C’è solo un problema: Irons non la prenderà troppo bene.” “Irons? Perché? Non dirmi che per quelle ragazze là… ma allora è proprio scemo.” “Beh... in effetti non credo che abbia troppe speranze, forse lo sa anche lui, ma si incazzerà lo stesso. Un’altra cosa: dov’è Pourrinho?” “Boh? Cerchiamolo sulla cartina…” Questa è stata la rapida quanto decisiva conversazione tra me e Mike. Avevamo circa venti minuti per sbaraccare tutto e andarcene via dall’ostello. Non è stato facile convincere Irons. Anzi, direi che lui mi ha riversato addosso una discreta pioggia di insulti e stavolta non aveva neanche troppo torto. Io e Mike avevamo deciso senza interpellare nessuno. In realtà senza interpellare lui perché Jeff non sa scegliere e Stone si adatta praticamente a tutto. Quindi saremmo stati comunque due contro uno.

Ma perché IO volevo andarmene? In fondo anch’io ci perdevo qualcosa in quella storia. Questo era quello che Irons non riusciva a capire. Eppure non ho esitato neanche un secondo. Perché? Per quanto stupido possa sembrare penso che sia per il fascino della vita “on the road”. Non sono mai andato molto oltre pagina 45 del libro di Kerouac (presto lo ricomincerò e dovrò anche finirlo: non si può raccontare un viaggio senza aver mai letto “On the road”), ma l’idea di poter essere padroni del proprio destino, l’idea che centinaia di persone sparse per decine di città aspettavano solo che noi le conoscessimo era molto più entusiasmante di una improbabile conquista in ostello. La storia del lanciare una monetina a caso su una cartina della Spagna e poi recarsi esattamente in quel posto, ovunque fosse, che eravamo soliti ripeterci io e Stone mesi prima si era profondamente inculcata dentro la mia testa. Impossibile cancellarla. Conoscere gente nuova, visitare posti, cambiare città, ricominciare tutto da capo era il massimo che potessi desiderare da quel viaggio. Inoltre, la facilità con cui ci eravamo trovati a che fare con un gruppone di ragazze poteva comunque considerarsi un ottimo inizio.

La prima vera svolta. Non più una casuale e apparentemente insignificante scelta del tipo “ma entriamo in questo albergo o in quello là?”. Per una volta il potere di decidere il futuro (immediato) era in mano nostra (mia). Per la prima volta mi apprestavo a riempire con la mia pessima calligrafia le bianche pagine di quel libro che rappresentava il nostro viaggio.

Ore 10.59. “Dai che nel prossimo ostello ci troveremo in camera con delle altre!” Questo era l'unico argomento che potevo usare contro le sue lamentele. Perciò sdrammatizzammo la situazione facendo la prima foto del viaggio. Lui semi sdraiato sul letto della sua biondina con un romanzo rosa inglese (sicuramente appartenente a lei) in mano. “Se le piace quella roba forse non è il tuo tipo...” “Potresti aver ragione, Eddie, ma mica me la dovevo sposare…” “Bella foto che è venuta… sembra che tu stia facendo tutt'altro...”“Fa vedere…Oh no! AH AH AH! Non ci credo!”. Irons, un bravo ragazzo!

20 apr 2011

- I dolori del giovane Werther -



1° luglio
[…] Ora niente mi dà tanta noia come quando gli uomini si tormentano fra loro, specie poi quando sono giovani nel fiore della vita, che dovrebbero essere apertissimi a tutte le gioie, e invece si sciupano quei brevi giorni per sciocchezze e poi troppo tardi s’avvedono dell’irreparabile sperpero.
Questo pensiero mi rodeva, e quando poi tornammo verso sera al presbiterio e seduti a una tavola cenavamo con pane e latte e il discorso volse al tema della felicità e del dolore nel mondo, io non potei fare a meno di afferrare quel filo e di esprimermi molto energicamente contro il malumore.
“Noi uomini ci lamentiamo spesso” così cominciai “che le giornate buone siano poche e le cattive tante; ma in generale io credo che abbiamo torto. Se avessimo un cuore aperto e disposto a godere il bene che Dio per ogni giornata ci dà, allora avremmo anche forza abbastanza per sopportare il male quando viene.”
“Ma i nostri sentimenti” osservò la moglie del pastore “non sono sempre il poter nostro. Tanto dipende dal corpo! Se uno non sta bene in salute, non c’è nulla che gli garbi.”
Io questo gliel’ammisi.
“Allora” proseguii “vogliamo considerare il cattivo umore come una malattia, e cercare se c’è un rimedio?”
“Questo mi piace” disse Carlotta “Io almeno credo che molto dipenda da noi. Lo so per prova. Se c’è qualche cosa che m’infastidisce e minaccia di dami cruccio m’alzo alla lesta e mi metto a camminare su e già pel giardino canticchiando un paio di contraddanze, ed è bell’e finita.”
“E’ proprio quello che volevo dir io” soggiunsi “Avviene del cattivo umore esattamente come della pigrizia; perché in fin dei conti il cattivo umore si riduce a una specie di pigrizia. La nostra natura vi è molto incline, eppure, se abbiamo una volta la forza di farci un cuor risoluto, il lavoro viene di lena, e nell’attività troviamo un vero godimento.”
[…] “Si predica contro tanti vizi” gli dissi “Ma non ho mai sentito che dal pulpito si muova guerra al cattivo umore.”
[...] “Lei ha detto che il cattivo umore è un vizio. Mi pare esagerato.”
“Niente affatto” risposi “se quello che nuoce a noi stessi e al prossimo merita il nome di vizio. Non è già abbastanza che ci manchi il potere di renderci a vicenda felici? e dobbiamo per giunta rubarci l’uno all’altro quel tanto di piacere che ogni cuore qualche volta può procurare a se stesso? Lei mi nomini uno che sia dic cattivo umore e in pari tempo sia tanto bravo da dissimularlo, da tenersi per sé la tetraggine senza sciupare tutt’intorno la gioia degli altri. O forse in fin dei conti il malumore non è altro che un’intima insoddisfazione della nostra propria infelicità, un malcontento di noi stessi, il quale è poi sempre collegato a un sentimento d’invidia, e questo alla sua volta è aizzato da una sciocca vanità? Vediamo persone felici che non debbono a noi la loro felicità; e questo è intollerabile.”
(Goethe)

19 apr 2011

- L'orologio fa Tic Tac -

(Dr. Hu, Yunnan 2008, Mattia)


In un libro – che abbiamo già citato tra i primi “frammenti” – viene trattato in maniera esemplare (e anche un po’ angosciosa) il tema della ricchezza del tempo e dell’importanza di non farlo trascorrere senza che nulla accada. Spero possiate apprezzare l’invito ad agire e a vivere che ci viene offerto da Dino Buzzati ne “Il deserto dei tartari”. Non aspettiamo che qualcosa accada… facciamolo accadere!


“Ventidue mesi erano passati senza portare niente di nuovo e lui era rimasto fermo ad ASPETTARE, come se la vita dovesse avere per lui una speciale indulgenza. Eppure ventidue mesi sono lunghi e possono succedere molte cose: c’è tempo perché si formino nuove famiglie, nascano bambini e incomincino a parlare, perché una grande casa sorga dove prima c’era soltanto prato, perché una bella donna invecchi e nessuno più la desideri, perché una malattia, anche delle più lunghe, si prepari (e intanto l’uomo continua a vivere spensierato), consumi lentamente il corpo, si ritiri per brevi parvenze di guarigione, riprenda più dal fondo, succhiando le ultime speranze, rimane ancora tempo perché il morto sia sepolto e dimenticato, perché il figlio sia di nuovo capace di ridere e alla sera conduca le ragazze nei viali, inconsapevole, lungo le cancellate del cimitero.


***
Quattro anni erano passati da allora, una rispettabile frazione di vita, e niente, assolutamente NIENTE ERA SUCCESSO [che potesse giustificare tante speranze]


***
Gli antichi amici di Drogo, sulla soglia della casa che si sono costruita, amano adesso soffermarsi a osservare, paghi della propria carriera, come corra il fiume della vita e nel turbine della moltitudine si divertono a distinguere i propri figli, incitandoli a fare presto, sopravanzare gli altri, arrivare per primi. Giovanni Drogo invece ASPETTA ancora, sebbene la speranza si affievolisca ad ogni minuto.


***
Lassù era passata la sua esistenza segregata dal mondo, per ASPETTARE il nemico egli si era tormentato più di trent’anni […]”

14 apr 2011

- The Future of Product Design in a Connected World -




Se qualcuno non se ne fosse accorto, a Milano e' la settimana del Salone del Mobile.


Nello tsunami di eventi che travolgono la citta' in questi giorni, in pieno stile italiano (leggi: in evidente conflitto di interessi), ve ne segnalo uno che si terra nel nostro studio Venerdi' 15 Aprile. 



The Future of Product Design in a Connected World
Venerdi' 15 Aprile 2011 - 17.30-20.00 
frog design - via Alserio 22 - Milano
(se possibile confermare la partecipazione ad andrea.bebber@frogdesign.com )

Agenda: 
17.30 Benvenuto
18.00 Presentazione di Max Burton e Holger Hampf
19:30 Aperitivo

Partecipate numerosi!!!