9 giu 2013

Turchia: basta un poco di “femminismo” e la rivoluzione non va giù

 

É ormai famosa la foto scattata a Istanbul della donna turca, con nulla addosso se non un vestito rosso e una borsa bianca, a cui il poliziotto spruzza il gas. Quello di cui ero totalmente all’oscuro sono però alcuni giudizi che questa foto ha destato. 
Caso vuole che in questo momento stia ascoltando musica turca e bevendo tè turco: mi trasferirò a Istanbul a brevissimo ma quella città mi ha già fatto innamorare così tanto di lei che ce l’ho nel cuore come se ci avessi già abitato per anni. Motivo per cui sto seguendo con particolare interesse quella che qualcuno, un po’ azzardatamente, chiama “Primavera turca”.
Detesto l’estremismo in ogni sua forma, e con eguale intensità non reggo il maschilismo. E vi prego di non tacciarmi di femminismo: sono talmente in favore dell’uguaglianza dei sessi da essere contro la festa della donna!

C’è però una tipologia di creature pseudo-umane che ancor di più aborro, la cui esistenza avevo voluto negare fino ad oggi: le donne maschiliste. Quel parassita raro ma comunque presente che si annida qua e là, che temo manco come fosse un fungo nell’hammam.

Non si capisce che educazione abbia avuto, che esperienze abbia vissuto, da che madre degenere e padre amorevole sia stato allevata: non sarò mai in grado di spiegarmi quale livello di autostima faccia sì che una donna sia pronta ad annientare, umiliare e ridicolizzare il suo stesso sesso.

Ebbene, il baillamme è successo oggi, dopo aver letto i commenti a un articolo che presentava la sopracitata foto come simbolo della rivolta turca.

“Femministi, tutti femministi quelli che approvano la foto! I veri eroi, quelli che muoiono, da sempre sono uomini, ma il femminismo vende e quindi mettiamo una donna a simboleggiare ogni fatto! Simboli delle rivolte in realtà saranno sempre gli uomini!”
Naturale: si è mai vista una donna lottare per i suoi diritti o quelli di altri? Noi massaie siamo sempre state chiuse in casa a badare ai figli mentre il marito era in guerra per guerre volute dagli uomini: avranno sì patito le nostre ave, ma cosa sarà mai se paragonato agli eroi che morivano sul campo?

“Sono gli uomini a fare la storia, i ragazzi maschi morti - non ci stancheremo mai di sottolineare la I finale! - affrontando i carri armati e morendo in guerra. Quante donne sono morte in questa rivolta? Nessuna!”

Alla ormai passata alba del nuovo millennio fa piacere vedere che per alcuni l’unico modo di progredire è tramite la guerra, unico vero fattore rilevante nella storia. Perché citare ora una lista di donne che hanno contribuito a migliorare il pianeta e che tutt’oggi lo fanno?

Suvvia, non siamo femministe e lasciamo spazio anche agli uomini, che di certo sui monumenti ai caduti non sono nomi femminili quelli che leggiamo!
Ma il culmine è stato un commento secondo il cui autore: “Ogni volta che c’è una discussione salta fuori una donna che sa tutto! Se si parla di musulmani ha letto il Corano di Viareggio, e sta qua (me medesima!) ha turchi sul posto..”

Ancora sto cercando di capirne il vero senso. Nel dubbio ho deciso di interpretarlo nel modo più polemico e, inutile farvelo notare, più femminista possibile! Una donna che è convinta di avere ragione (e forse ce l’ha, forse forse eh), è a prescindere in torto perchè donna? Un uomo che commenta sicuro di avere ragione è più probabile che ce l’abbia?

Non so questi illuminanti signori (per parità devo dire che parecchi commenti che gridavano al femminismo erano anche di uomini!) quanto abbiano viaggiato, quanto possano conoscere il mondo, quanto sappiano l’arabo e/o il turco così da potersi informare da fonti dirette e non tramite un telefono senza fili che passa di bar in tg in gazzetta del paese. Probabilmente l’unico musulmano o turco/arabo (tutti uguali, che differenza ci sarà mai?) che conoscono è il vicino di casa che fa il kebap o che cucina con odori troppo forti e incivilmente infastidisce l’intera palazzina.

Ma torniamo seri. La miccia che ha generato le manifestazioni è il progetto di abbattere il cuore verde di Istanbul per costruirvi una serie di edifici tra cui un centro commerciale e la moschea con i minareti più alti al mondo.

Tutto qui? Possibile. Come si spiega allora che si sia estesa in 67 paesi turchi? Decine di manifestazioni solidali organizzate in varie città europee per una manciata di alberi, mi sembrerebbe un’esagerazione.

Continua da quasi una settimana ormai: perso il suo carattere ambientalista è diventata la più grande espressione di dissenso contro l’attuale governo che si sia mai vista. Il Presidente Erdogan viene accusato dai suoi cittadini, ormai stanchi, di essere un dittatore, ancora prima che un islamista che minaccia la laicità della Turchia. Grazie all’altissima percentuale di voti ottenuta alle ultime elezioni, il partito di Erdogan (AKP), è in grado di prendere decisioni e varare leggi senza che l’opposizione possa in alcun modo fare il suo lavoro di opposizione: il sistema democratico di cui la Turchia si vanta non è pertanto in crisi di nome, quanto di fatto.

Dalle grandi innovazioni di Ataturk, la Turchia sembra ora regredire: è appena entrata in vigore una legge che limita l’acquisto di alcool e si sta parlando di rendere nuovamente obbligatorio il velo per le donne, tra le altre cose.
Non so voi, ma se io mi vedessi negati dei diritti che mia nonna già dava per scontati, in piazza ci andrei eccome, e sarei pronta a farmi chiamare femminista dai miei stessi connazionali che dal dietro del loro schermo chiedono cambiamenti e si dichiarano stanchi e rivoluzionari.