30 nov 2010

- Laurea ad honorem -

(Otto Dix, Flanders 1934)


L'università Bocconi non ha mai concesso la laurea ad honorem, se non in casi eccezionali.
Per ottenere tale prestigioso riconoscimento si devono possedere due requisiti fondamentali:
  1. essere uno studente dell'università Bocconi
  2. essere morto in battaglia durante la Prima o la Seconda Guerra Mondiale
Di seguito viene citata la lettera di uno studente dal fronte russo:


08-02-42

Egr. Dottore,
Mi scuso per non averVi scritto da molto tempo a questa parte: ma gli avvenimenti mi hanno tenuto quasi costantemente più vicino al moschetto (e non metaforicamente) che alla penna!
Da quasi due mesi stiamo sostenendo continui, furiosi combattimenti.
I russi speravano molto nei loro 35° gradi sotto e nelle loro bufere, però hanno sbagliato in pieno i loro calcoli e dovunque hanno preso batoste enormi. Il 3° Bersaglieri si è fatto un nome ed una fama in queste sconfinate terre russe!
In uno dei più cruenti combattenti, mentre noi combattavamo uno contro dieci, ha trovato morte eroica il Ten. Macchi Giorgio della nostra Università: gli mancavano, credo uno o due esami alla laurea; perchè non proporlo per la concessione della "laurea ad honorem"?
E' stato proposto per le sue gesta per la ricompensa di medaglia d'oro!
So perfettamente che la questione deve essere trattata ufficialmente; comunque sia potrei interessare i comandi superiori.

La Bocconi, come vedete, ha sempre dato alla Patria in pace e in guerra gli uomini migliori.

Il vostro affezionato ex discepolo
G. Valtellino



Fabrizio De Andre - La Guerra Di Piero by Un Kritico

26 nov 2010

- La tigre e la neve -

 

Titolo originale: La tigre e la neve 
Nazione: ITA
Anno: 2005
Genere: Commedia
Durata: 1h 58"
Regia: Roberto Benigni
Cast: Roberto Benigni, Nicoletta Braschi, Jean Reno, Tom Waits, Emilia Fox 
 
 
 
Innamoratevi! Se non vi innamorate è tutto morto![...]
Per trasmettere la felicità, bisogna essere felici.
E per trasmettere il dolore, bisogna essere...felici!





25 nov 2010

- "Per Favore... Addomesticami" -

(Elliot Erwitt - Francia, Parigi, 1989)


“Volentieri", rispose il piccolo principe, " ma non ho molto tempo, però. 
Ho da scoprire degli amici e da conoscere molte cose".


"Non si conoscono che le cose che si addomesticano", disse la volpe. "Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!" [...]


" E' il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante. Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…" disse la volpe.


" Io sono responsabile della mia rosa…." Ripetè il piccolo principe per ricordarselo.



Ieri sera ho letto Il Piccolo Principe alla mia nipotina di sei anni.
Per ora questo libro è per lei una semplice favola da bambini.
Forse crescendo, come è capitato a me, si immedesimerà in questo bambino che gira per il
mondo alla ricerca di avventure.
Forse, come me, si sentirà stretta a casa ed avrà la curiosità di partire alla scoperta delle infinite possibilità che ogni paese e ogni persona hanno da offrire.
Probabilmente si accorgerà che siamo tantissimi su questo pianeta e si domanderà qual è il suo posto nel mondo.

Alla fine, forse, capirà che nonostante questa sete di ricerca vi sono alcuni legami capaci di dare un senso alla vita di una persona.
Rapporti costruiti lentamente, con piccoli gesti, in grado di trasformare persone normali e apparentemente uguali a tante altre in persone uniche, speciali e insostituibili.
In quel momento forse proverà un po’ di nostalgia…

Allora forse capirà di essere stata addomesticata..
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(da Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupery)


Rue des cascades - Yann Tiersen by bay cingılbört

24 nov 2010

- Vita da studente -




La vita da studente non è mai facile. Sotto Natale poi rasenta i minimi livelli di entusiasmo. Mentre un oceano di persone si riversa per le strade addobbate a collezionare pacchetti e pacchettini, tu sei relegato nella tua stanza a studiare inutili libri. Ti accorgi che il tempo non è più scandito dal calendario dell’Avvento come quando eri piccolo e ti mangiavi tutti i cioccolatini il primo del mese. I giorni diventano capitoli, le ore paragrafi, i secondi parole. 

Anche quest’anno sei conscio che ti ridurrai come una ameba asessuata che si trasporta dal letto alla scrivania, e dalla scrivania alla cucina con qualche gita occasionale in bagno. Già dopo una settimana di fatiche sei più alienato di Chaplin nella sua catena di montaggio: leggi, sottolinei, prendi appunti, leggi, studi, assimili, memorizzi, sfogli, ripassi e rileggi per l’ultima volta per controllare che non ti sia dimenticato di qualche congiunzione avversativa.

Il tuo cervello assorbe  qualsiasi  cazzutissimo dato come Spongebob in una piscina. Tiri su informazioni più di Califano ai tempi d’oro. Sei sull’orlo del collasso. Fai schifo. Sembri un quadro cubista al contrario. La mattina ti svegli in stato comatoso, con le fosse delle Marianne sotto gli occhi. Ti guardi allo specchio e sembri un incrocio tra Fassino, Margerita Hack e un cavolfiore. La tua vita sociale precipita, tanto che Settimo Cielo ti sembra tremendamente emozionante. 

Ogni occasione è buona per perdere tempo: conti le pagine che ti separano dalla libertà, poi per sicurezza conti le facciate e infine per curiosità le sillabe. Potresti brevettare tutto quello che ti inventi per eludere lo studio. Chiami 80 volte tutti i tuoi amici, anche quelli che non senti da una vita, per aiutarli con i loro problemi. E, nel caso stessero tutti bene, inizi a parlare dei problemi di persone che non conoscono e di cui non frega niente a nessuno. Ti costruisci sogni ad occhi aperti, che ti sforzi di non far finire. E ogni giorno magari rincominci lo stesso sogno, aggiungendo qualche dettaglio o dei flashback per rendere tutto più realistico. 

Sei uno sfigato e sei talmente sfigato quando tocchi il fondo e sogni anche tu la vita del tronista. In culo al tomo di macroeconomia o di diritto che hai sotto gli occhi, in culo al congiuntivo e alle lingue che tanto non sa nessuno, in culo alla storia e alla geografia perché tanto c’è Google. Anche tu vuoi fare un’esterna con Jenny, parrucchiera borgatara di 23 anni con un master in bunga-bungalogia e un futuro come Meteorina al Tg4.


Poi però rinsavisci. Torni in te stesso. Capisci che stai studiando per costruirti un futuro migliore. Sai che quest’Italia ha bisogno di persone come te, che possono contribuire a migliorare la società. Credi in questo Paese, e sai che questo Paese saprà sicuramente premiare i tuoi sforzi. In fondo tutti sanno che in Italia vince la meritocrazia…

O forse dovrei fare il provino a Uomini & Donne?
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 (Pippo)


03 Duck Sauce - Barbra Streisand by SKY VIBES


23 nov 2010

- Un viaggio non finisce mai -



Erodoto inizia la sua narrazione con una frase di spiegazione sui motivi che l’hanno indotto a scriverla:

“Questa è l’esposizione delle ricerche di Erodoto di Alicarnasso perché le imprese degli uomini col tempo non siano dimenticate, né le gesta grandi e meravigliose così dei Greci come dei Barbari rimangano senza gloria, e, inoltre per mostrare per qual motivo vennero a guerra fra loro”.  […]



Erodoto ammette di essere ossessionato dalla memoria. Sa che la memoria è qualcosa di fragile, instabile, addirittura illusorio. Che i dati in essa contenuti possono svanire senza lasciare traccia. Tutta la sua generazione, tutti gli uomini di quel mondo sono ossessionati dalla stessa paura. Senza memoria non si vive: ma la memoria, pur innalzando l’uomo al di sopra dell’animale e determinando la confermazione della sua anima, è inafferrabile e traditrice. È questo a rendere l’uomo così insicuro di sé. “Aspetta un momento: era il…” “ Ma sì! È stato nel… Aspetta, quando è stato?” Non ricordiamo più e dietro a questo non ricordare si spalanca la zona dell’ignoranza, ossia della non esistenza.

L’uomo moderno non si preoccupa della sua memoria, attorniato com’è dalla memoria immagazzinata. Ha tutto a portata di mano: enciclopedie, manuali, dizionari, compendi. Biblioteche e muse, librerie antiquarie e archivi. Cassette audio e cassette video. Internet. Riserve inesauribili di parole, di suoni e di immagini conservate in case, magazzini, cantine e soffitte. Se è un bambino, gli insegna tutto la maestra, se è uno studente, ricorre al professore.

Nessuna, o quasi nessuna di tali istituzioni esisteva ai tempi di Erodoto. L’uomo sapeva soltanto ciò che la sua mente riusciva a trattenere. […]

Nel mondo di Erodoto l’unico (o quasi l’unico) depositario della memoria è l’uomo. Se si vuole conoscere ciò che è stato memorizzato, bisogna consultare l’uomo. Se quest’uomo vive lontano dobbiamo metterci in cammino, raggiungerlo e, una volta trovato, sederci ed ascoltare ciò che ha da dirci. […]

Erodoto, quindi, viaggia per il mondo, incontra altri uomini e ascolta quello che hanno da dirgli.
[…]

Tutto scorre, ma nello scorrere si trasforma. Lo stesso accade alla memoria. Alcune immagini si spengono, sostituite da nuove. Con la differenza che le nuove non sono più uguali a quelle di prima: come non ci si bagna due volte nello stesso fiume, così è impossibile che una nuova immagine sia identica a quella precedente.

Questa immagine dell’eterno scorrere Erodoto la comprende benissimo e vuole opporsi alla sua natura distruttrice, affinché “le imprese degli uomini col tempo non siano dimenticate”. […]

Tutto questo lo intriga, lo assorbe, non gli basta mai. Erodoto ci appare come un uomo ossessionato da un’idea che non gli piace. Un irrequieto che non riesce a stare fermo, sempre in movimento e che, dovunque arrivi, porta un clima di agitazione ed inquietudine. Alla gente (di solito la più numerosa) che non ama uscire di casa e avventurarsi fuori dalle mura di cinta, questi esterni irrequieti fanno l’effetto di essere degli strampalati, degli invasati o, addirittura, dei folli.

Forse era così che i contemporanei vedevano Erodoto. Lui non ne parla mai. Ma poteva, uno come lui, badare a cose del genere, occupato com’era, prima, nei preparativi del viaggio, poi, a viaggiare e, infine, a selezionare e riordinare i materiali riportati? Un viaggio non inizia nel momento in cui partiamo, né finisce nel momento in cui raggiungiamo la meta. In realtà comincia molto prima e non finisce mai, dato che il nastro dei ricordi continua a scorrerci dentro anche dopo che ci siamo fermati. È il virus del viaggio, malattia sostanzialmente incurabile.

(da In Viaggio con Erodoto, Ryszard Kapuscinski)


Liquor - runaway by Un Kritico


22 nov 2010

- Non posso risponderle, sto guardando "cotto e mangiato" -

(C. Chaplin in Tempi Moderni)

In Italia esiste una realtà lavorativa quasi prettamente giovanile, questo spezzone di società viene spesso definito come una sorta di "lavoro forzato tendendente alla schiavitù da campo di cotone in Alabama"; quando ammetti di fare questo tipo di lavoro, le persone che non l'hanno mai fatto ti guardano attonite e compassionevoli pronunciando frasi più o meno sconnesse intrise di concetti astratti di commiserazione mista ad ammirazione per la tua tenacia.
Sto parlando dei call center.

Bene, io lavoro in un call center da quasi un anno, faccio outbound, certo, è un lavoro monotono e noioso ma non vendo nulla e faccio sondaggi quasi prettamente radiofonici o musicali, ho turni di lavoro onesti da 3 ore, sono regolarmente assunto e sono pagato più che discretamente. Indubbiamente ci saranno call center dove le situazioni sono ben diverse, ma, per ora, tutte le persone che ho sentito lavorare in call center non hanno mai denunciato di situazioni interne mostruose.

Ma quindi, direte voi, si sentono solo cazzate ed in realtà è tutto bello...
Sbagliato!
Il mio è un lavoro pessimo, umiliante e per nulla gratificante, ma il problema non sono, come spesso si sente, le realtà lavorative interne all'ufficio, no! 
Il problema, come al solito, sono gli italiani.
Sisi, proprio gli italiani che parlano delle situazioni drammatiche di questo lavoro sono il vero problema: insulti, prese in giro, risposte patetiche e banali sono la cosa che rendono questo lavoro TRISTE; le persone che ti rispondono "non mi disturbi, io sto lavorando seriamente" sono la causa.

Per la cronaca, le seguenti scuse non sono originali:
-Sto uscendo
-Io non sono padrona di casa, io donna di pulizie
-Sono minorenne (detto con voce gutturale da 40 nazionali senza filtro al giorno)
-Pronto...pronto...pronto....non sento...pronto...
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(Peg)

Pixies ♫ Where İs My Mind by Kingofdream


20 nov 2010

- Ogni Maledetta Domenica -


Titolo Originale: Any Given Sunday
Nazione: Usa
Anno: 1999
Genere: Drammatico
Durata: 151 minuti
Regia: Oliver Stone
Cast: Cameron Diaz, Charlton Heston, Matthew Modine, Al Pacino, Dennis Quaid, Jamie Foxx, James Woods, John C. McGinley, Aaron Eckhart




La vita è un gioco di centimetri...come il football.
Perchè in entrambi questi giorchi il margine di errore è ridottissimo.
E perchè sappiamo che quando andremo a sommare tutti quei centimetri, il totale allora farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta, tra vivere e morire.







19 nov 2010

- Ciò che un bambino sa dire -

(S. Salgado)

Ho la fortuna di fare il lavoro che ho sempre desiderato; mi piace condividere con la mia famiglia gli episodi che caratterizzano la mia giornata lavorativa, così  alcuni di loro si sono convinti che il mio non è un vero lavoro, ma un divertimento….

Può darsi...
Dipende dall’ importanza che i bambini rivestono in ognuno di noi, perché il mio lavoro è quello di stare con le persone pìù speciali della terra: i bambini. 

Nessuno sa stupirti come loro, sanno essere grandi nella loro piccola età, sanno addolcirti la giornata con un semplice sorriso, sono capaci di farti sentire piccola per la profondità di ciò che dicono.

Ricordo un giorno che parlando della guerra,li rassicuravo dicendo che ciò accadeva in paesi lontani noi potevamo ritenerci fortunati perché non vivevamo  questa condizione…un bambino di 5 anni mi colpì con queste parole: “io la guerra ce l’ho in casa, la mamma e il papà litigano sempre”.

I bambini con due parole sanno raccontarti il loro mondo, che troppo spesso è offuscato dall’egoismo degli adulti.
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(Maca) 


MR. BROWN FOR HAITI-MR. BROWN IS BACK IN TOWN ENGLISH VERSION by Un Kritico

18 nov 2010

- Flusso Fluido -

(Il Cristo giallo - Gauguin)

Il fluire della quotidianità mi inquieta. Semplice coazione a ripetere errori di altri, o anarchia nell'accettare (e scegliere) l'inevitabile? Una domanda che mi ha sempre tormentato e affascinato, da dove promani il masochismo di volere sempre e comunque dipendere dalle scelte altrui. La svolta é che non mi sento più solo. Non sono più l'unico a correre verso un aeroporto il venerdì pomeriggio per cercare riparo in casa altrui, perché nella mia non ci sto bene. Non più il solo a non riuscire ad addormentarmi per avere già in testa il suono della sveglia che compone sinfonie di morte cerebrale. Di certo, in buona compagnia nel plasmarmi ingranaggio del meccanismo che ci stritola. Il viaggio. La dimensione di un'interiorità dell'altrove. Dove tutto ruota su se stesso, per non muoversi.


Le stazioni specchiano il mio umore da impero alla fine della decadenza. Il mio sguardo si posa ovunque, stimoli inondano le sinapsi, cascate di endorfine mi fanno sentire bene. Psicopatologia dell'altrove. Vorrei, vorrebbero, vorremmo essere altrove. Per stare davvero bene. Ed essere liberi di essere schiavi dello stimolo ad essere liberi. L'idea di stazione mi rende degno di essere figlio di un mondo industrioso. Di assaporare la mirabolante esplosione nelle papille di una tavoletta di puro cacao 99% da Pierre Marcolini, Sablon di Bruxelles. Dove posso arrivare in due-ore-due partendo ora. Grazie, mondo industrioso, per darmi i mezzi per essere felice di essere schiavo.


Aveva visto bene Séguéla. Il vero grimaldello per la conquista del sole radioso e splendente dell'avvenire non può che passare (trionfo del cammello che balza al di là della cruna) attraverso pannelloni pubblicitari strategicamente posizionati. I veri padroni del mondo. Coloro che controllano i flussi della mia - e della vostra - esistenza. 
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(Francesco) 


Nina simone - sinnerman by TITO4MCAL

17 nov 2010

- Il pescatore e il turista -


(Melanconia - E. Munch)


In un porto della costa occidentale europea un uomo vestito poveramente se ne sta sdraiato nella sua barca da pesca e sonnecchia.
Un turista vestito con eleganza sta appunto mettendo una nuova pellicola a colori nella sua macchina fotografica per fotografare quella scena idillica: cielo azzurro, mare verde con pacifiche, candide creste di spuma, barca nera, berretto da pescatore rosso. Clic. Ancora una volta: clic, e siccome non c’è due senza tre, ed è sempre meglio essere sicuri, una terza volta: clic.
Quel rumore secco, quasi ostile sveglia il pescatore mezzo addormentato, che si drizza pieno di sonno, cerca, pieno di sonno, il suo pacchetto di sigarette, ma prima di averlo trovato lo zelante turista gliene mette già un altro sotto il naso, gli ha infilato una sigaretta non proprio in bocca ma tra le dita, e un quarto clic, quello dell’accendino, conchiude quella sollecita cortesia. Quell’eccedenza quasi impercettibile, assolutamente indimostrabile di scattante cortesia ha provocato un irritato imbarazzo che il turista, il quale conosce la lingua locale, cerca di superare entrando in conversazione.
Oggi lei farà una buona pesca.
Il pescatore scuote la testa.
– Perché? Non uscirà al largo?
Il pescatore scuote la testa; crescente nervosismo del turista. Deve stargli proprio a cuore il bene di quell’uomo poveramente vestito, e certo lo tormenta il pensiero di quell’occasione perduta.
– Oh, lei non si sente bene?
Finalmente il pescatore passa dal linguaggio dei segni alla parola articolata. – Mi sento benone, – dice. – Non mi sono mai sentito meglio – . Si alza, si stira come per far vedere l’atleticità del suo fisico. – Mi sento una cannonata.
Il volto del turista assume un’espressione sempre più infelice, non può più reprimere la domanda che, per così dire, minaccia di fargli scoppiare il cuore: – Ma allora perché non esce al largo?
La risposta arriva subito, asciutta. – Perché l’ho già fatto stamattina.
- E’ stata una buona pesca?
- Talmente buona che non ho bisogno di uscire un’altra volta, ho preso quattro aragoste, quasi due dozzine di maccarelli…
Il pescatore, finalmente sveglio, ora si scioglie e dà qualche rassicurante pacca sulla spalla al turista. La sua faccia preoccupata gli sembra l’espressione di un’ansia magari fuori posto ma commovente.
– Ne ho persino abbastanza per domani e dopodomani, – dice per sollevare l’animo dello straniero. – Fuma una delle mie sigarette?
– Sì, grazie.
I due mettono in bocca le sigarette, un quinto clic, lo straniero si siede scotendo la testa sul bordo della barca, mette da parte l’apparecchio fotografico perché adesso gli servono tutte e due le mani per dare forza al suo discorso.
– Io non voglio immischiarmi nei suoi affari privati, – dice, – ma immagini di uscire al largo, oggi, una seconda, una terza, magari una quarta volta e di pescare tre, quattro, cinque, forse addirittura dieci dozzine di maccarelli… se lo immagini un po’.
Il pescatore annuisce.
– Faccia conto, – continua il turista, – che non solo oggi, ma domani, dopodomani, in ogni giorno favorevole lei esca al largo due, tre, magari quattro volte… Io sa che cosa succederebbe?
Il pescatore scuote la testa.
- In un anno al massimo lei potrebbe comprarsi un motore, entro due anni una seconda barca, fra tre o quattro anni lei potrebbe forse avere un piccolo cutter, con le due barche o il cutter lei naturalmente pescherebbe molto di più. Un bel giorno lei avrebbe due cutter, e allora… – L’entusiasmo gli strozza la voce per qualche istante. – Allora lei si costruirebbe una piccola cella frigorifera, magari un affumicatoio, più tardi una fabbrica di pesce in salamoia, andrebbe in giro nel suo elicottero personale, scoprirebbe dall’alto le schiere di pesci e lo comunicherebbe via radio ai suoi cutter. Potrebbe acquistare il diritto alla pesca del salmone, aprire un ristorante specializzato in pesce, esportare direttamente a Parigi, senza intermediari, le aragoste; e poi… – Ancora una volta l’entusiasmo impedisce allo straniero di parlare. Scotendo il capo, afflitto nel profondo del cuore, avendo già quasi perso il piacere delle vacanze, guarda le onde che avanzano dolcemente e dove è tutto un allegro guizzare di pesci non pescati.
- E poi, – dice, ma ancora una volta l’eccitazione lo rende muto.
Il pescatore gli batte sulla schiena come a un bambino a cui sia andato un boccone di traverso.
- Che cosa? – gli chiede sottovoce.
- E poi, – dice lo straniero con un entusiasmo estatico, – e poi lei potrebbe starsene in santa pace qui nel porto, sonnecchiare al sole… e contemplare questo mare stupendo.
- Ma questo lo faccio già, – dice il pescatore, – me ne sto in santa pace qui nel porto e sonnecchio, è solo il suo clic che mi ha disturbato.
Il turista così ammaestrato se ne andò via pensoso, perché un tempo anche lui aveva creduto di lavorare per non dover più lavorare un giorno, e in lui non restava traccia di compassione per quel pescatore poveramente vestito, solo un poco d’invidia.

(Il pescatore e il turista, di Heinrich Böll)


N.6 (valzer del pescatore) by mr.folk95

16 nov 2010

- Passeggiando in 3 dimensioni (Metropolitan Museum) -



Ti guardi intorno e come fossi fina polvere, camminando, ti ritrovi in culture diverse, secoli diversi, stagioni e colori diversi.

E' così strano che l'emozione non cambi rotta nella diversità che adesso mi appartiene.

Da un cavallo bianco, che aizzato da un padrone invadente prende il volo, ad un professore gigantemente in crisi con una generazione così piccola e svagata da non cogliere il valore di un minimo di attenzione...

Ad un musicista di Litra che dietro un sorriso accondiscendente nasconde un diabolico tormento in maschera...

Ad un viso, i cui occhi riflettono la confusione che la mente è ben lungi dal raccontare...A Korean is still sleeping.

Ad un sensuale abbraccio di androgina memoria.

A 3 donne ritratte non per scelta, che mai nessuna ha gli occhi presenti (John Singer Sargent).

Alle suadenti ballerine di Degas; alla The Letter 1865 - Camille Corot. Ballerine, tutù bianchi e nascoste passioni.

A Thomas Couture: "Soap Bubbles".

A Paul Cézanne ed i suoi giocatori di carte.

Ai cipressi e vasi di Van Gogh.

Alla fotografia di Brassai: Giornata di pioggia agli Champs Elysées.

A Turner con il suo Fisherman at Sea.

Storie e vite che attraversando il tempo non lo intaccano, bensì lo riempiono di speranza per chi di arte non può fare a meno.
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(Stefano)

(Marlene Kuntz)(12 - e poi il buio) by valerio_31

15 nov 2010

- Quanto sei intelligente? -

(Non so leggere, G. Boscarino)


"Un secolo fa Alfred Binet inventò a Parigi il primo test del quoziente d'intelligenza con il sano proposito di identificare i bambini che avevano bisogno di maggiore aiuto dai maestri delle scuole. L'inventore fu il primo ad accorgersi che questo strumento non serviva per misurare l'intelligenza, che non è quantificabile, e quindi non doveva essere usato per squalificare nessuno.
[...]
Già nel 1913 le autorità nordamericane imposero il test di Binet alle porte di New York, ben vicino alla statua della Libertà, ai recenti immigrati ebrei, ungheresi, italiani e russi, e in questo modo constatarono che otto immigrati su dieci avevano un cervello infantile. Tre anni dopo le autorità boliviane lo applicarono nelle scuole pubbliche di Potosì: otto bambini su dieci erano anormali."
(E. Galeano, A Testa in Giù)




Che punteggio avrà ottenuto Alfred Binet nel test di Binet?
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08 nov 2010

- Autunno -



"Tommaso, guarda che bella la Serra di questi colori!"
"E' l'autunno!"

Volevo spiegarglielo io, ma lui lo sapeva già.
Chissà come mai i bambini sanno sempre le cose essenziali!?

(Mattia)


07 nov 2010

- Reparto Numero 6 -


 [...]
- Il freddo, come ogni altra sensazione dolorosa, si può non avvertire. Marco Aurelio diceva: "Il dolore non è che una viva rappresentazione del dolore: compi uno sforzo di volontà, in modo da mutare questa rappresentazione, rimuovila da te, cessa di lamentarti, e il dolore svanirà". E' una cosa giustissima. Il sapiente, o più semplicemente l'uomo pensante, che penetra a fondo nelle cose, si distingue appunto per il fatto che disprezza la sofferenza: egli è sempre contento, e di nulla stupisce.

- Allora io sarei un idiota, dato che soffro, sono scontento e rimango stupito delle bassezze umane.

- Voi sbagliate, a fare così. Se vi sollevaste più spesso alla meditazione, comprendereste allora quanto siano trascurabili tutte quelle esteriorità che vi mettono in tanta agitazione. L'essenziale è di tendere alla comprensione della vita: raggiunta questa, si ottiene il vero bene.

- Comprensione della vita... - aggrottò il viso Ivan Dmitric. - Esteriorità, interiorità... Scusatemi, son cose che non intendo. Io so soltanto, - esclamò, alzandosi e fissando irosamente il dottore - so soltanto che Dio mi ha creato di sangue caldo e di nervi, già! E poi, un tessuto organico, se è vitale, deve reagire a tutte le irritazioni.

- E io reagisco! Al dolore rispondo con le grida e con le lacrime, alle bassezze con lo sdegno, alle turpitudini con la nausea. A parer mio, appunto in questo consiste la vita. Quanto più in basso sta un organismo, tanto meno è sensibile, e tanto più debole è la risposta che dà agli stimoli esterni: e quanto più sta in alto, tanto più è ricettivo, e con tanta più energia reagisce alla realtà. Come ignorare cose simili? Siete un dottore, e non sapete certe piccolezze! Per poter disprezzare il dolore, essere sempre contenti e non meravigliarsi di nulla, bisogna ridursi, ecco, in quello stato lì - e Ivan Dmitric indicò il massiccio, obeso contadino. - Oppure indurirsi talmente alle sofferenze, da perdere ogni sensibilità per esse; cioè, in altre parole, cessare di vivere. Voi mi scuserete, giacché io non sono né un sapiente né un filosofo, - soggiunse Ivan Dmitric irritato - e si tratta di cose di cui non m'intendo affatto. Non sono in grado di ragionarne.

- Al contrario, ne ragionate benissimo.

- Gli stoici, che voi andate parodiando, sono stati uomini superiori, ma sono passati ormai duemila anni da quando la loro dottrina si è cristallizzata, e da allora non ha avanzato d'un filo, né avanzerà mai, per il fatto che non è pratica, non è vitale. Essa ha avuto seguito soltanto presso una minoranza, intenta a passar la vita nello studio e nella degustazione delle più varie dottrine: ma la maggioranza non l'ha compresa. Una dottrina, la quale predica l'indifferenza alla ricchezza e agli agi della vita, il dispregio delle sofferenze e della morte, riesce assolutamente incomprensibile all'enorme maggioranza degli uomini, giacché quest'ultimi non hanno mai conosciuto, nella vita, né ricchezza né agi; e d'altro canto, disprezzar le sofferenze, equivarrebbe per essi a disprezzar la vita stessa, giacché tutta l'esistenza umana consiste in sensazioni di fame, di freddo, di offesa, di privazione, e di amletico terrore davanti alla morte. A queste sensazioni si riduce per intero la vita:

è lecito sentirne la gravità, prenderla in odio, ma non già disprezzarla. E perciò, lo ripeto, la dottrina degli stoici non potrà mai avere avvenire, mentre dal principio dei tempi a tutt'oggi progrediscono, come vedete, la lotta, la suscettibilità al dolore, la capacità di rispondere alle irritazioni esterne...

[...]

Ivan Dmitric rise e si sedette.

- Ammettiamo pure che la tranquillità e la contentezza dell'uomo siano non già al di fuori di lui, ma in lui stesso - riprese. - Ammettiamo che sia indispensabile disprezzare le sofferenze e non meravigliarsi di nulla. Ma voi, personalmente, che fondamento avete per predicare così? Siete un sapiente, voi? Siete un filosofo?

- No, io non sono un filosofo, ma si tratta d'un insegnamento che chiunque può sostenere, giacché soddisfa la ragione.

- No, io voglio sapere per quale motivo, nelle faccende della comprensione, del disprezzo delle sofferenze, eccetera eccetera, voi vi ritenete un competente. Perché avete forse sofferto qualche volta?

Avete un concetto, voi, di ciò che sia soffrire? Permettete: quando eravate piccolo, vi battevano?

- No, i miei genitori avevano un'avversione per le punizioni corporali.

- E invece mio padre mi ha battuto crudelmente. Era, mio padre, uno di quegli aspri impiegati emorroidari, con un lungo naso e il collo giallo. Ma parliamo piuttosto di voi. In tutta la vostra vita, nessuno vi ha mai sfiorato con un dito, nessuno vi ha mai spaventato, mai bastonato: e di salute ne avete quanto un bue. Vi siete fatto grande sotto l'ala del babbo, avete compiuto gli studi a sue spese, e poi tutt'a un tratto avete agguantato una bella sinecura. Sono più di vent'anni che vivete gratis in un appartamento ben riscaldato, ben illuminato, con tanto di servitù, godendo per giunta del diritto di lavorare come e quanto vi piace, o magari di non far nulla. Voi, di natura vostra, siete un uomo infingardo, flaccido, e quindi avete fatto di tutto per sistemare la vostra vita in modo che nessuno vi infastidisse o vi costringesse a spostarvi di pezzo. Il da fare lo avete scaricato sull'assistente e sull'altro canagliume, mentre voi ve ne siete stato al calduccio, in santa pace, raggranellando quattrini, leggiucchiando libretti, godendovela a speculare su ogni sorta di elevate fandonie, nonché - qui Ivan Dmitric diede un'occhiata al naso rosso del dottore - a scolare bicchierini. A farla breve, voi la vita non l'avete vista, non la conoscete a fondo, e con la realtà delle cose non avete che una conoscenza teorica. E quanto al vostro disprezzo delle sofferenze e al vostro non stupirsi di nulla, hanno un movente semplicissimo: la vanità delle vanità, l'esteriorità e l'interiorità, il disprezzo della vita, delle sofferenze e della morte, la comprensione, il bene verace, costituiscono, tutti insieme, una filosofia che pare fatta su misura per il poltrone russo. Voi vedete, per esempio, un contadino che picchia la moglie. A che scopo intromettersi? Lascia che la picchi, già tutt'e due moriranno lo stesso prima o poi; e per giunta, chi picchia, offende con le sue percosse non già colui che picchia, ma se stesso. Abusar di liquori è stupido e sconveniente, ma se berrai, morirai, e se non berrai, morirai ugualmente. Viene a cercarti una popolana, le dolgono i denti... Ebbene? Il dolore non è che una rappresentazione del dolore, e poi, senza malattie non si campa a questo mondo, e tutti finiremo col morire: si tolga dunque d'innanzi questa popolana, e non m'impedisca di speculare e di succhiare acquavite. Un giovane chiede consiglio, cosa fare, come vivere; prima di dargli una risposta, un altro ci penserebbe ben bene; qui invece la risposta è già pronta: tendi alla comprensione, ovvero sia al bene verace. Ma che cos'è, questo fantastico BENE VERACE? La risposta qui manca, beninteso! Noi altri siamo tenuti qua in gabbia, ci fanno imputridire, ci torturano, ma anche queste sono cose eccellenti e razionalmente giustificabili, con ciò sia cosa che tra questa corsia e un tiepido, accogliente scrittoio, non c'è alcuna differenza. Oh la comoda filosofia: da fare, non c'è nulla, la coscienza è netta, e hai la sensazione di essere un sapiente... Ah no, illustre signore: non è filosofia questa, non è meditazione, né larghezza di vedute; bensì è pigrizia, è fachirismo, è sonnolenta ebetaggine... Sì! - tornò a incollerirsi Ivan Dmitric. - Le sofferenze, voi le disprezzate, ma fate che vi si schiacci un dito nella porta, e vedrete se non vi metterete a urlare a squarciagola!

- Chissà, potrebbe anche darsi che non urlerei - esclamò Andrej Efimyc sorridendo con dolcezza.

- Sì sì, altrocché! E se poi vi stecchisse una paralisi, oppure, supponiamo, un imbecille o un impudente qualunque, approfittando della sua posizione e del suo grado, vi oltraggiasse pubblicamente, e voi sapeste come nessuno lo punirebbe di questo, eh, allora sì che comprendereste cosa vuol dire rimandare gli altri alla comprensione e al bene verace!

(da Reparto N°6 - A. Cechov




05 nov 2010

- “Cosa guardi? Chi stai fissando?” -



In treno, al supermercato e camminando senza meta in una piazza. Seduta nel bar del centro della mia città natale, dove la gente dice di conoscersi tutta, rivolgo spesso lo sguardo lontano da chi è con me, anche solo per un impercettibile secondo. Quanti siamo? Quanto siamo diversi? Guardandomi attorno mi perdo tra sguardi diversi, finestre su reticoli di pensieri singoli e singolari.

Mi meraviglia come la natura umana sia composta da un moltiplicarsi di io, fugacemente autonomi ma non indipendenti, orgogliosi e casualmente amanti o nemici. Figure di vita diverse una dall’altra, immagine momentanea di un’infinità di volti del passato generatori di vita per storie future.

Sono affascinata dalle storie che portano ogni volta estranee persone davanti ai miei occhi od accanto ai miei passi. E confesso di divertirmi a giocare con l’aspetto, le parole ed i gesti di chi mi sta attorno, e come un romanziere decide le sorti dei suoi personaggi in un mondo riprodotto dalle parole, io costruisco pezzi di vita altrui appropriandomi di un discorso al telefono, di un abbraccio o di un sorriso.

Interpreto una vita da un istante rubato ad ignari passanti che diventano ispirazione per un inespresso cortometraggio che altro non vuol dimostrare a me stessa se non quanto ognuno, appropriandosene, crede uniche le proprie gesta, emozioni e decisioni. E invece queste si riproducono a specchio ed accompagnano con puntuale costanza ogni esistenza. Innamoramento, litigio, confessione e delusione. Un’amicizia ed una maternità, il dolore della morte e la speranza. La fortuna e la sua attesa.

Guardandomi attorno catturo fotografie di altri momenti di vita e provo conforto nel percepire come la nostra singola diversità collassi inesorabilmente in motivi comuni, indelebili incisioni dell’essere a cui la nostra volontà non può far altro che desistere.

Mi piace curiosare illegittimamente nello spazio che non mi appartiene, un bisogno nascosto di confermare la fragilità che ci sostiene ma che la sopravvivenza ci ha insegnato a nascondere anche ai nostri stessi occhi, di ricercare quella solidarietà inespressa tra simili e di calmare quella remota angoscia d’essere sbagliato.

Un’uguaglianza impossibile da rinnegare e fonte di vita ma che contrasta con orgoglio, egoismo ed inspiegabile senso di superiorità, con quei crudi sentimenti che io, tu, ed ognuno sosteniamo con le nostre giornate, credendo e dimostrando alla nostra superbia d’essere migliori. Un senso assoluto nel vuoto di un’infinità di pensieri simili ed omicidi.

Mi rasserena percepire come il nostro essere vive di questo e si declina nell’unicità di ognuno.

“Niente, osservo la gente…”

kriticadellaragione.blogspot.com
(Francesca)



Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town by Un Kritico

02 nov 2010

- L'odio -


Titolo originale: La haine
Nazione: Francia
Anno: 1995
Genere: Drammatico
Durata: 95'
Regia: Mathieu Kassovitz 

Cast: Vincent Cassel, Hubert Koundé, Saïd Taghmaoui, Abdel Ahmed Ghili, Solo, Joseph Momo, Héloïse Rauth, Mathieu Kassovitz
Produzione: Christophe Rossignon




 Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani.
Mano a mano che cadendo passa da un piano all'altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: «Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene». 
Il problema non è la caduta, ma l'atterraggio.

  
Presentiamo qui gli ultimi minuti del film:

01 nov 2010

- Ti Amo -

(Morning Sun - E. Hopper)
Aprirò un cassetto enorme, di quelli veramente enormi, avrò bisogno di un sacco di spazio visto che dovrò chiuderci dentro 4anni abbondanti della mia vita.

Inizierò col metterci dentro un bellissimo tramonto nord-africano, col cielo spaccato in due e il sole che muore sul mare, subito dopo ci metterò una notte su un pavimento al secondo piano di una casetta a Bristol accanto ad un bacio su un letto rubato, con un giovanissimo Muccino che mascherava l'invidia per non poter girare una scena così romantica e reale.

Ci metterò una stanza super lusso di un hotel spagnolo ed una foto di due viaggiatori mano nella mano nelle strade di Londra, scattata mentre si promettevano che, ovunque sarebbero andati, l'avrebbero fatto uniti in quel semplicissimo modo.

Lo decorerò con un prato di girasoli, dove mi rotolerò insieme ad un gatto, due cani, due conigli e una cavia, mangiando le migliori patatine olandesi, un centinaio di piadine e i panini di una vecchia signora greca.

Ci infilerò la neve di un paesino di montagna, il ghiaccio di Praga, e un enorme torre francese di metallo, la rabbia di un paesino ligure, il sole di Valencia e il colosseo. Ci lascerò sopra due parole, dette forse per la prima volta in modo sincero e con cognizione di causa, pronunciate alla fermata di un tram e su un lettone al mare.

Mi sforzerò di chiuderlo questo cassetto, tenendo però la chiave sempre a portata di mano, sperando di poter, prima o poi, riaprirlo e far in modo che il mondo smetta di essere grigio e opaco e possa tornare a splendere dei colori più belli.
kriticadellaragione.blogspot.com
(Peg)


Prince - Purple Rain by dorielle