31 mar 2011

- Io speriamo che me la cavo -



Scrivere un pezzo su cosa significa essere curatrice...un'impresa decisamente non facile...soprattutto considerando che curatrice ancora non sono e non so se mai lo sarò...
però penso di essere nell'ambiente dell'arte contemporanea da abbastanza tempo per parlare "delle gioie e dei dolori" che chi entra in questo mondo con un sogno deve affrontare...almeno all'inizio.
scegliere di lavorare nel mondo dell'arte non è semplice..
significa decidere consapevolmente di appartenere a una classe che definirei di "precariato di lusso", soprattutto in tempo di crisi..
già perché l'arte viene troppo spesso considerata un capriccio un po' frivolo, un passatempo per ricchi, un surplus inutile perché incapace per natura di "produrre" risultati tangibili ed immediati...
e se non appartieni alla cerchia ristretta di persone abbienti che vedono nell'arte un bene di lusso, ma al contrario entri in questo mondo con la volontà di costruirti una tua carriera, e magari un giorno di sopravvivere grazie a questo lavoro, beh certo non è un'impresa semplice...

lavorare nell'arte significa avere 25 anni ed essere incapaci di programmare il proprio futuro..
significa saltare da un posto all'altro senza la speranza di un'assunzione...
significa entrare in un mondo in cui per fare strada non conta necessariamente solo quanto sei bravo, ma anche quanto è importante la gente che conosci....
significa dover spiegare ogni giorno ai tuoi genitori che è normale lavorare senza essere pagati, con la consapevolezza di non poter promettere loro se e quando questo cambierà...
significa chiedersi continuamente se non sia meglio cambiare strada e sceglierne una più semplice, o quantomeno più sicura...
già...lavorare nell'arte a volte è proprio difficile....

eppure....

eppure lavorare nell'arte significa intraprendere un viaggio entusiasmante...
significa entrare in contatto con persone forse stravaganti ma spesso geniali, capaci di stravolgere la tua percezione delle cose...
significa avere l'opportunità di combattere contro l'appiattimento culturale e investire nel talento...
significa poter imparare continuamente e mettere in discussione verità precostituite...
significa  relazionarsi con culture e mondi anche lontani, utilizzando la creatività come lente per esplorare questi territori sconosciuti...
significa poter comprendere meglio il presente per provare ad immaginare il futuro...
lavorare nell'arte significa avere una posizione privilegiata da cui guardare il mondo e attraverso cui provare a cambiare il mondo...
si perché l'arte non è solo un bel quadro da appendere a una parete o un bel pezzo di arredamento da aggiungere al salotto...
l'arte è anche e soprattutto una risposta alla contemporaneità, un modo per comprenderla ed intervenire su di essa....
l'arte è anche e soprattutto cultura e la cultura, per quanto sottovalutata, è una risorsa e una conquista fondamentale dell'essere umano...

forse non arriverò molto lontano in questo settore, forse un giorno dovrò rinunciare alle mie ambizioni e trovare un compromesso per mantenermi...però ora come ora posso solo dire che sono contenta di aver scelto questa strada e di potermi svegliare ogni mattina convinta di lavorare per rendere il mondo in cui vivo un posto migliore....
se ce la farò? beh...io speriamo che me la cavo

30 mar 2011

- L'ebreo -


“L’Ebreo” di Gianni Clementi in scena al Teatro Nuovo di Milano.


Se mi trovo a scrivere per la prima volta, e sottolineo prima, una sorta di opinione su uno spettacolo a cui ho assistito, lo devo sicuramente all’entusiasmo di alcuni amici, ma anche devo dire al desiderio di comunicare ad un pubblico coetaneo le sensazioni che il teatro può dare.

“In passato temevo che tutti fossero pronti a sparare. Invece il pubblico viene in camerino con affetto vero”, così dichiara Ornella Muti nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera del 26 marzo 2011 proprio a soli 3 giorni dal suo debutto al Nuovo di Milano con lo spettacolo “L’Ebreo”.

Non vi nego che lo scetticismo imperava nei miei pensieri riguardo alla diva Ornella prima di assistere alla prima rappresentazione ieri sera, 29 marzo 2011, e mi spingeva a considerarmi parte di quei “tutti”. 

Son veramente bastati pochi attimi a tramutare lo scetticismo in stupore, quello stupore che ti incolla alla poltrona e ti spinge a scrutare ogni dettaglio con maniacale attenzione. Immacolata (Ornella Muti) domina il palco sin dal primo istante, e indiscutibile bellezza a parte, ipnotizza per la sua capacità espressiva e comunicativa. In una scenografia perfettamente curata si dipanano le vicende di una coppia in grado di far vivere allo spettatore sensazioni forti in ogni direzione, grazie alla graffiante ironia, al cinismo e alla violenza narrativa di certi momenti.
Il testo non risulta mai banale, anche nei momenti dove si ride e si sorride, ogni battuta è motivata e supportata dalle doti artistiche degli attori. L’ambientazione nel secondo Dopoguerra e il titolo dello spettacolo spingono a pensare ad un’opera avente come oggetto gli avvenimenti storici legati all’epoca; anche in questo caso lo spettatore rimane sorpreso. Infatti se il contesto storico è quello sopramenzionato e i riferimenti alla tematica son presenti, Gianni Clementi, l’autore, ci spinge ad una riflessione angosciante sulla natura umana, contestualizzabile in qualsiasi era. L’ossessione per i beni materiali, l’ossessione di perdere ciò che si ha, e che magari non ci si è neanche guadagnati, può spingere a gesti estremi e ad atti di indicibile crudeltà.

L’amaro in bocca che nasce dalla riflessione a cui spinge il testo è magistralmente equilibrata dall’indiscutibile soddisfazione che si prova nell’uscire dal Teatro pensando ad uno spettacolo veramente ben realizzato sotto ogni profilo.
(Mic)



“L’Ebreo” di Gianni Clementi
Teatro Nuovo di Milano
Dal 29 marzo 2011 al 3 aprile 2011

29 mar 2011

- Il sonno della ragione genera mostri -


(Goya, Il sonno della ragione genera mostri, 1797)


“La linea è elegante” dissi io.
“Il chiaroscuro è voluminoso” fece eco Jeff.
“Beh... io direi che il volume è lineare” concluse Irons.

Il mio rapporto con l'arte, intesa come materia scolastica, non è mai stato un gran che. L'eccessiva sudorazione delle mani, che ha sicuramente condizionato in negativo la mia carriera cestistica, ha sempre rappresentato un grosso problema anche per le mie tavole da disegno. Alla voce “pulizia del foglio” non sono mai riuscito a prendere più di mezzo punto (su due) a causa di macchie di inchiostro ovunque. Aggiungiamo pure una totale mancanza di talento nel disegnare. La mia sufficienza era dovuta al fatto che chi ha i voti più alti della classe in tutte le materie non può avere il debito di arte. In terza liceo cambiai classe e persi il mio status di intoccabile “più bravo della classe”. Perchè c'era uno più bravo di me. Grazie al cielo, iniziò storia dell'arte. Il voto di storia dell'arte faceva media con quello di disegno e per me divenne molto più semplice arrivare al sei.

Le interrogazioni di storia dell'arte nella nostra classe funzionavano a parole chiave. C'era una serie di sostantivi “linea” “volume” “colore” “chiaroscuro” che doveva essere accoppiata con una serie di aggettivi “elegante” “ben definito”“importante” “lineare”. Più parole chiave usavi e più il tuo voto era alto. Se la prof ti chiedeva di commentare un quadro non importava se dicevi “c'è un tizio trapassato da una freccia” o “il quadro è dell'anno.... si trova nel museo... si chiama “San  Sebastiano” ...secondo la simbologia religiosa può essere rappresentato legato a una colonna e/o trafitto da una freccia”. Il tuo commento doveva essere: “la linea è elegante, il chiaroscuro è ben definito e il volume è importante”, altrimenti non c'erano speranze di prendere un bel voto. Il difficile stava nel capire quale aggettivo collegare di volta in volta ai sostantivi. Durante le spiegazioni di storia dell'arte io annotavo su un foglio quante volte la prof diceva “importante”, “ben definito” o “elegante” e scommettevo con il mio compagno di banco su quale dei tre termini avrebbe vinto la lezione del giorno.

Mi rendo conto di essere molto profano, ma questo spiega perchè io Jeff e Irons continuavamo a ripetere queste frasi davanti a ogni quadro del Museo del Prado, ridendo un sacco. Invece per Mike e Stone quella visita fu una lenta agonia davanti a opere di pittura rinascimentale.

Ci saremmo forse divertiti tutti molto di più se fossimo andati al Reina Sofia, dove al piano di arte moderna e contemporanea Mike si sarebbe potuto improvvisare critico e lasciare libero spazio alla sua divertente e schietta irriverenza. Penso sia anche un museo più vario e interessante. Vedere “Guernica” dal vivo mi lasciò senza parole, ma fu un'altra volta. Perchè noi non sapevamo dell'esistenza del Reina Sofia. Però io, Jeff e Irons ci ricordavamo il box su Francisco Goya e il Prado nel nostro libro di storia dell'arte e spingemmo per andare a visitare il museo.

Goya è uno dei pochi artisti che al liceo apprezzavo perchè si distingueva dagli altri di quel periodo (cioè in quel capitolo del libro) come pittore visionario e anticonformista. Amavo l'opera “Il sonno della ragione genera mostri”. Era il motivo principale per cui votai per il Museo del Prado. Volevo vederla. La cercai per tutto il museo e non la trovai neanche nella zona dedicata alle altre opere di Goya.

Credo sia esposta da un'altra parte.

28 mar 2011

- Street art sweet art -



Proviamo, per una volta, a non considerare la negatività dell'illegale, quello che è illegale in questo stato potrebbe essere legale in un altro, in termini assoluti la legalità è un concetto che trascende dalla correttezza. Proviamo a guardare l'arte come qualcosa di superiore a tutto questo.

Non troverete mai un "murales" (termine osceno) su un'opera d'arte, questo è da mettere in chiaro.
Immaginate di poter esprimere un'arte povera, esprimerla colorando il metropolitano, monotono, grigio che vi circonda, specie in una situazione periferica e triste. Il tuo nome, il nome della tua compagnia di amici per migliorare uno spezzone della tua città, per far vedere che ci siete anche voi. Il soffio del tappo, la vernice che cola sul metallo arrugginito della locomotiva o della saracinesca, l'odore acre del gas, l'adrenalina..Il sorriso della tua opera vista il giorno dopo alla luce del sole, vedere uno squarcio variopinto nell'angoscia monocromatica. La soddisfazione.


L'errore è pensare che la street art sia solo vandalismo; non sono illuso, so che la maggior parte dei ragazzini è mosso da questa banale e stupida motivazione, ma dietro questo movimento c'è una cultura molto più ampia.
C'è il sentimento che muove qualsiasi artista, il semplice, scarno, quasi banale, bisogno di creare qualcosa di bello e utile. 

(Peg)

Lord Bean -04 - Bombardamenti a tappeto by Un Kritico

25 mar 2011

- Questa è musica -



E’ un’idea di alcuni studenti del conservatorio a dar vita ad un ambizioso progetto. Un progetto frutto del desiderio comune di fare musica, che vuole integrare le realtà musicali interne all'istituto con quelle di studenti ed universitari musicisti della città. Un progetto per unire, per vivere la musica insieme. Così nasce a Udine, nel 2007 l’Academia Symphonica. La voglia di credere in un progetto di sfide, sacrifici e soddisfazioni riunisce oggi novanta ragazzi musicisti e ne ha permesso la creazione, nel 2010, di un’associazione. Il progetto è diventato realtà, e l’Academia Symphonica si colloca oggi fra i complessi sinfonico-giovanili più numerosi d’Europa.

Ma cos'è che rende tutto questo possibile? Qual è il "collante" che lega tutti questi giovani in una realtà così grande? Nessun dubbio: l'entusiasmo e la voglia di fare, di fare musica e di viverla da dilettanti!

Al termine "dilettantismo", nei tempi moderni, si attribuisce uno strano significato, quasi dispregiativo, quando lo si associa ad una passione o un mestiere. Noi, invece, ne riscopriamo il suo significato più profondo ed arcaico. Noi viviamo la musica prima di tutto come un piacere, un godimento, vogliamo che la musica sia un diletto. A questo spirito "dilettantistico" si aggiunge la professionalità del Maestro PierAngelo Pelucchi, nostra guida e mentore, e di tutti gli orchestrali, di cui metà sono diplomati e laureati in conservatorio e nelle accademie di musica, e gli altri stanno terminando gli studi musicali.



 


La musica è quasi una necessità, talvolta morbosa, per trovare un modo di esprimersi, in questi tempi caotici e sordi di cultura. Non ci si rende davvero conto di quanta fame ci sia di cultura oggigiorno, e questo porta anche gli accademici a ridurre la musica ad un voto conseguito ad un diploma, o a puntare il dito sulle "note sbagliate", sbiadendone il valore, le emozioni che in quest'arte vivono, e di quest'arte si nutrono. La cultura, e in particolar modo la musica, non viene considerata più come un investimento, bensì una spesa a perdere; parole inflazionate forse, ma non ci si deve stancare di ripeterle!

Io vorrei ricordare, vorrei urlare a tutti, che la musica è il linguaggio più usato al mondo. Un linguaggio che non conosce bandiere, non conosce colori della pelle, etnie e astrazioni sociali: figli di medici e operai, figli di muratori e autisti di fatto su un palco tutti hanno la camicia bianca. Imparare a convivere e socializzare tra generazioni disuguali, provenienze e culture diverse, imparare il rispetto dei ruoli, l'intraprendenza e la solidarietà.

E’ di questi valori la società attuale credo ne abbia molto bisogno, soprattutto per ambire ad un futuro degno da far ereditare ai posteri.

E’ questa è solo una piccola componente che entra in gioco quando si vuole fare musica, a qualsiasi livello ed età.

Enciclopedie poi si potrebbero scrivere se andassimo ad analizzare la vera essenza della musica, il suo lato mistico-emozionale, quella forza tanto eterea quanto potenza in grado di smuovere nel profondo gli animi, ma meglio astenersi nel farlo se non si è abili e maestri con le parole, perché in fondo "parlare di musica è come ballare di architettura" (F. Zappa).

(Francesco Cecconi)

22 mar 2011

- Inconsciamente Conscio -



Crea. In un processo lineare, visibile, l'artista non vede la fine ma sa di essere spontaneo e consapevole nell'azione artistica. Potrebbe continuare ad occhi chiusi, senz'altro senza occhiali, all'uopo per commissione.

In fondo però, riflettendoci, egli si vede mentre dà il là alla creazione. Mi spiego meglio. Nel momento in cui l'artista è spontaneo nella consapevole illuminazione ad opera di qualsivoglia principio creatore - Dio? Natura? - allora vorrà dire che nonostante l'inconscia direzione, comprende di essere illuminato dall'ispirazione e per tale motivo diviene conscio della produzione artistica. Sa, quindi, di agire in funzione di qualcosa che ha sì delle dimensioni ma originariamente ne riesce a vedere solo i contorni sfocati.

La perfezione è raggiunta dalla continua battaglia edificante tra conscio ed inconscio , il cui prodotto in definitiva non è altro che la continuazione attraverso il genio dell'opera creatrice di Dio in quanto l'arte, nonostante sia imitazione di qualcosa di più perfetto rispetto alla stessa opera artistica poiché vera nell'idea, diventa autocoscienza dell'assoluto, l'assoluto che ritorna a se stesso.

L'uomo quindi è capax dei in quanto nella sua architettura perfetta riesce a sentire Dio dentro di sè, a farsi illuminare dall'angelo che è sì colui che muove il cielo, ma anche colui che è rivolto alla somma bontade ed attraverso la luce infinita illumina l'uomo contemplante rendendo la sua anima cosciente della sua esistenza, della sua ragione ed è l'anima, che sente e ragiona a ritornare alla causa, all'origine, all'archè, per cui l'uomo tende ad amare Dio, ad unirsi a lui nel suo amor intellectualis dei.

Questo è amore, questa è arte e bellezza che l'una nell'altra si ritrae ad immagine di Dio, la causa della causa.

(Stefano)
 

21 mar 2011

- Quando scoprire l'arte non Kosta(bi) nulla -


Strana la vita. Ando' piu' o meno cosi'. Ero in giro con mia sorella per le splendide vie del centro di Roma, dentro un'uggiosa Domenica d''Autunno. Passammo accanto al Chiostro del Bramante e, approfittando per cosi' dire dell'insistente pioggerellina di stampo anglosassone, decidemmo di andare a vedere la mostra che ci proponeva quel magnificiente ricettacolo di storia e cultura. 

L'artista in questione era Mark Kostabi, eclettico pittore nato a Los Angeles da famiglia di origine estone e trasferitosi a New York(per imparare l'arte, ma non per metterla da parte!). Cresciuto col mito di Warhol, il buon Mark e' riuscito con gli anni a riproporre quello che il grande maestro Andy aveva pionieristicamente sdoganato nel fantastico mondo dell'arte: la factory. 

Si tratta sostanzialmente di una bottega in cui tanti collaboratori lavorano alacremente alla produzione di una qualsivoglia forma di pensiero (in realta' dentro la bottega di Wharol succedeva davvero di tutto, in ossequio al piu' classico dei sex, drugs and rock n'roll!). Kostabi dunque produce, grazie all'instancabile contributo di questi aspiranti artistoidi, oltre 100 tele l'anno, tutte contraddistinte da un unico denominatore: la presenza nei quadri dell'uomo senza volto. E infatti camminando nei meandri del Chiostro rimasi subito incuriosito da questo aspetto, oltre che dalla forza e dalla pienezza dei colori. Notai poi anche allusioni ad alcuni mostri sacri dell'arte moderna come ad esempio De Chirico, di cui Kostabi e' un grande estimatore. 

Uscii da quella mostra con una strana sensazione di leggerezza, tipica di chi e' riuscito nell'impresa di soddisfare un lato estetico particolarmente esigente, e con la volonta' di assistere nuovamente a qualche performance kostabiana. E fu cosi' che, con mio sommo piacere, venni a sapere circa un anno fa, che Kostabi sarebbe venuto nello splendido scenario di Civitella del Tronto (se capitate in terra d'Abruzzo, rigorosamente la prima meta da visitare) per un concerto di solo piano(si' perche' e' anche un otiimo musicista) con lo sfondo arricchito da qualche suo dipinto. Ho avuto cosi' il piacere di conoscerlo e di fargli questa intervista. Strana la vita eh?
(Luca)

20 mar 2011

- 10 cose -

(Angkor, Cambogia, 2009, Mattia)

Guardare una partita NBA per sentire la telecronaca del divertente e competente duo Buffa-Tranquillo [o egualmente guardare Wimbledon commentato da Clerici-Tommasi]
La battaglia delle arance del carnevale di Ivrea [e più in particolare l’odore di arancia ad Ivrea nei giorni della battaglia]
Socrate… e la sua apologia riportata da Platone
Le lezioni di Yoga di Cesare, dove ti fermi ad ascoltare il tuo respiro e stimoli muscoli che non sapevi neanche di avere
Svegliarti all’alba di una mattina di giugno e trovarti a piangere perché sei arrivato alla fine di un’esperienza che sembrava troppo grande per te… con in sottofondo le onde di Einaudi
I templi di Angkor… e Manhattan
Aver festeggiato i 150 anni dell’unità di Italia… e immaginare come saremo per il 200esimo anniversario [come saremo noi, e come sarà l’Italia]
Tornare a casa dopo un lungo viaggio
Parlare con un bambino di 3 anni e accorgersi che il mondo non sarebbe poi così complesso
La pizza… con aggiunta di olio piccante

18 mar 2011

- Interrail #11 -


Capitolo Undicesimo:
Tapas night, un assaggio della vita notturna madrileña

 
Quante volte vi sarà capitato di perdere una partita di basket per un punto? Ok ok...  quella volta ci siamo presentati in sei... il nostro uomo più forte era fuori per cinque falli... un altro si è fatto male... insomma, si può sempre trovare una buona scusa. Ma di fatto quando perdi di uno essere in sei o in dodici non conta, essere il giocatore più decisivo o l'ultimo dei panchinari meno che mai. Chiunque avrebbe potuto fare la differenza. Un punto è niente. Meno di un canestro. Questione di centimetri. Questioni di istanti durante il rilascio del pallone. La linea che separa una squadra esultante e una che esce dal campo a testa bassa è molto sottile. Inferno e paradiso. Se quel tiro fosse entrato ora non sarei muto e pensieroso, seduto nello spogliatoio. Se avessi intercettato quel passaggio... se avessi preso quel rimbalzo se...se... se fossimo entrati nel portone accanto la nostra vacanza sarebbe stata completamente diversa. Migliore o peggiore? So cosa mi perdo quando perdo una partita. Riguardo alla nostra storia, so solo com'è andata avanti. E so che tutto è partito da Felix.

Non prendetela come un'esagerazione. Non siamo rimasti tre settimane a Madrid a fare festa con lui. Né lui ha mollato il suo lavoro per seguirci e guidare il nostro viaggio. Non penso di avergli rivolto più di qualche insignificante frase di circostanza. Però è stato il nostro inizio. Con il senno di poi, cioè di un 24enne che è stato in Erasmus ad Alicante e passa quasi tutte le sue vacanze in Spagna, posso senz'altro dire che quelle tapas e quel flamenco facevano schifo. Ma con il senno di un 19enne alla sua prima volta a Madrid, 15 euro per cibo più musica e disco sembravano quanto di meglio il paese potesse offrire.

Se volevamo partecipare alla Tapas Night dovevamo ripresentarci nel primo ostello alle otto e mezza. Ciò significava avere poco meno di due ore di tempo per trovare il nostro ostello, non troppo vicino, sistemarsi, fare una doccia, prepararsi per la serata e ritornare. Un’impresa difficile per chiunque, ma oserei definire titanica per una fighetta come Jeff. Anche se devo ammettere che alla fine non aveva neanche troppo distacco da me. Però io e il mio compagno di stanza (che  ovviamente non era Jeff) litigammo parecchio con la serratura magnetica, tanto che chiedemmo un'altra chiave. Insomma  questo piccolo contrattempo annullò il canonico quarto d'ora di ritardo di Jeff, che si permise di sogghignare quando gli chiesi di imprestarmi il gel“sapevo che me lo avresti chiesto…”

“Bionda a ore 10”. “L'ho vista prima ancora che tu arrivassi, Eddie.” “Temo sia un po' grande per noi, Mike”. “Meglio! Vale doppio!” “Non mi riferivo solo all'età, ma al tipo che le siede accanto...” A tavola non eravamo più di una ventina e una gara a chi beveva più sangria tra me, Stone e Mike mi fece sembrare il cibo gradevole. Accanto a me e Mike c'era un australiano, il solito australiano che incontri in tutti gli ostelli e che sta facendo il giro dell'Europa da solo. Il solito australiano ultra socievole che affascina tutte le ragazze e che ti ruba la scena in tutti gli ostelli. Questo era un po' meno espansivo del solito, ma che potevo saperne io? Non avevo mai incontrato un australiano.

“Dove andate domani? Io sono indeciso tra Leeds e Parigi... poi tra una settimana tornerò a casa...” Leeds o Parigi? Per quanto ritenessi di un avere uno spirito viaggiatore, non riuscivo a concepire questa suo concetto di vacanza in Europa, girandola tutta in una volta. Per me l'Europa è la mia casa, anzi l'Italia è la mia casa e avevo appena cominciato a scoprire l'Europa, un progetto che sarebbe andato avanti per anni, vacanza dopo vacanza. Certo, se mai andrò in Australia, sicuramente pianificherò di vederla tutta in una sola volta. Queste poche chiacchiere aumentarono la mia voglia di viaggiare e mi convinsero che volevo andare a Lisbona, dove tutto costa meno e comunicare non è un problema perchè parlano tutti inglese, non come gli spagnoli. Vero è che per un italiano comunicare in Spagna non è un gran problema, visto che le lingue sono sostanzialmente identiche. Era la mia prima volta in Spagna, non me ne ero accorto e mi ostinavo a parlare inglese con tutti.

Lo spettacolo di flamenco, complice la qualità acustica che ti puoi aspettare dalla sala comune di un ostello, ci offrì più risate che buona musica, per la presenza sul palco di tre indimenticabili personaggi. Un chitarrista che pareva anche piuttosto bravo, ma assomigliava troppo a uno dei messicani della pubblicità dell'Estathè, una cantante con un fisico e i movimenti di un tenore lirico e il ballerino Paquito, che divenne inspiegabilmente il nostro idolo per tutta la serata. Dopo un po', tuttavia, il nostro entusiasmo calò drasticamente. Felix lo notò e ci rassicurò che era quasi finito, poi aggiunse un “Ready to dance?”. Lo spettacolo durò almeno altri tre quarti d’ora. Ma poi finalmente uscimmo, verso la discoteca. Pronti a ballare? In realtà io per nulla...

(Roberto)

 
D'You Know What I Mean - Oasis by icebreath

17 mar 2011

- Auguri, Italia! -



Per i 150 anni dell'unita' d'Italia, un piccolo omaggio a chi l'ha fatta, l'ha raccontata e l'ha resa celebre nel mondo

"La vita e' troppo breve per non essere italiani" (tratta dal film Italians)

Giuseppe Garibaldi
"Qui si fa l’Italia o si muore!"
(Affermazione rivolta a Nino Bixio nella battaglia di Calatafimi)

Giuseppe Verdi



Luigi Einaudi
"Il suffragio universale parve ed ancor oggi pare a molti incompatibile con la liberta' e con la democrazia. La costituzione che l'Italia si e' data e' una sfida a questa visione pessimistica dell'avvenire. Essa afferma due principi solenni: conservare della sstruttura sociale presente tutto cio' e soltanto cio' che e' garanzia della liberta' e della persona umana, contro l'onnipotenza dello Stato e la prepotenza privata; e garantire a tutti, quali che siano i casi fortuiti della nascita, la maggiore eguaglianza possibile nei punti di partenza"
(Discorso di insediamento, 12 Maggio 1948)

Toto'



Sandro Pertini
"I giovani non hanno bisogno di sermoni, i giovani hanno bisogno di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo." 
(Messaggio di fine anno, 1978)

Big Luciano



Giovanni Falcone
"L'importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio, è incoscienza."
(intervistato da Marcelle Padovani)

Robbberto


16 mar 2011

- Nucleare. Un bene o un male per l'Italia? -


Prima di poter esprimere qualsiasi opinione relativa a un argomento che solo egoisticamente oggi posso definire delicato per il nostro paese mi sento in dovere di dedicare il primo paragrafo di questo articolo al popolo giapponese. Credo che prima di riflettere su quello che e' successo l'11 Marzo scorso nel Paese del Sol levante l'essere umano debba semplicemente chiudersi in un silenzio di solidarietà per le vittime della catastrofe e le loro famiglie. Mi considero una persona che vede il lato positivo in tutto e tutti ma oggi è difficile trovare qualcosa di confortante alla vista di immagini che mostrano al mondo come l'uomo sia piccolo nei confronti della natura. Spesso, anzi troppo spesso, tendiamo a considerare tutto quello che siamo, quello che ci circonda, quello che siamo stati e che diventeremo una cosa scontata, dovuta, priva di valore. Ecco, è il momento, ora, di capire che anche a un piccolo gesto, una sfumatura, un impercettibile cambiamento va associato un grande valore, il valore della vita. Vi prego quindi di fermarvi un'istante, un solo istante, prima di tornare alla vostra vita che appunto spesso, anzi troppo spesso, non viene vissuta perchè considerata priva di valore e dedicare il vostro pensiero, dispiacere, sconforto a un popolo che anche in tempo di sciagura si dimostra coraggioso, umile, lavoratore, caparbio, caratteristiche che neanche in tempi di gloria il popolo italiano ha dimostrato di possedere.

Mi è stato chiesto di spiegare il motivo per il quale sono un fermo sostenitore del nucleare. Ci ho pensato tanto, più di quanto ho pensato a quello da scrivere nel primo paragrafo, quelle sono cose che vengono dal cuore e come tali scorrono veloci. Mi sono chiesto in fondo, se sono davvero un sostenitore accanito del nucleare, oppure se sono una persona convinta che il nucleare sia un cosa semplicemente da avere perchè è da stupidi non averla e che invece sia un sostenitore accanito di quello che il nucleare rappresenterebbe, anzi rappresenta e ha rappresentato per il nostro paese.

Il nucleare in l'Italia è necessario...
- L'Italia è l'unico paese industrializzato ad aver bannato il nucleare (pensate che tutti gli altri siano stupidi o noi particolarmente intelligenti?)
- il 73% dell'energia in Italia è coperta da import e non vi sto neanche a spiegare da chi importiamo e quanto sia difficile, delicato, instabile continuare ad importare da tali paesi, ma vi dico che l'unica fonte stabile di import è rappresentata da, udite udite, energia nucleare, proveniente da, udite udite, centrali poste proprio al confine del territorio su cui appoggiamo ogni giorno i nostri bei culetti
- il prezzo dell'energia in Italia è per una famiglia comune di 152 euro al MWh, in Francia di 92 euro al MWh e udite udite: la Francia produce circa il 70% dell'energia nazionale con il nucleare.
- Indovinate cosa rispondono le principali multinazioni quando interrogate sul perchè non investono in Italia... voi penserete mafia, burocrazia, no miei cari... lascio a voi capire cosa manca... (indizio: vedi punto precedente)
- poi ci sarebbe anche la parte relativa all'emissione di CO2 ma parecchi di voi risponderebbero... ah si? e come la mettiamo con le scorie radioattive?... senza sapere che paesi come la Svezia e la Finlandia, dove ricordo vagamente il welfare state funzionare abbastanza bene, hanno chiesto esplicitamente ai paesi nuclearisti di esportare i rifiuti tossici da loro in cambio di denaro perchè trattarli non è affatto difficile.

Il nucleare è pericoloso, ma ad essere generosi una volta ogni 25 anni e non in Europa, non lo sarebbe in Italia (e cmq le centrali ce le avremo sempre e comunque ai nostri confini quindi spero, e dico spero, sia inutile spiegare che poco cambia)...
- le centrali nucleari non resisterebbero solo a una scossa di terremoto pari a quella che ha fatto fuori i dinosauri (è inutile spiegare che in tal caso verosimilmente saremmo fatti fuori anche noi). Quello che ha provocato danni a Fukushima è stato lo tsunami, e badate bene che lo tsunami non ha distrutto o intaccato nulla ma ha fatto fuori i 3 impianti di raffreddamento della centrale. Pensate che nel Mediterraneo uno tsunami sia possibile? Ve lo dico io no. Detto questo si può considerare da folli porre delle centrali in posti soggetti a tsunami ma il Giappone non può fare a meno del nucleare (ma questo è un altro discorso)
- le centrali nucleari sono a prova di attacco terroristico. Le torri gemelle sono crollate? Beh nel caso ci siano attacchi terroristici sperate di trovarvi in un reattore perche' sarebbe l'unica struttura che resisterebbe (allo stesso modo al posto vostro in caso di un terremoto come quello avuto in Giappone pregherei di vivere vicino a una stazione per potermici riparare)
- la nuova tecnologia si basa su sistemi di sicurezza passivi. Per renderla facile sono caratteristiche chimiche e fisiche ad evitare catastrofi e non l'essere umano (in veste Homer Simpson nella mente di molti).

Il nucleare per l'Italia è un'opportunità...
Era il lontano 1987 quando un referendum sanciva inesorabilmente l'immobilismo con cui il nostro paese combatte, anzi non combatte, in questo momento. 1 giovane su 3 è disoccupato, non siamo capaci di avere una maggioranza di governo capace di fare delle riforme, i nostri giovani più talentuosi vanno all'estero, il numero degli iscritti all'università e' in diminuzione e "saliamo in cattedra per parlare di cose che non conosciamo" (cit.). Amo il mio Paese, adoro la nostra, anzi di alcuni, voglia di vivere, ammiro il nostro, anzi di alcuni, modo di affrontare le cose ma provo rabbia per una popolazione, tutta, che non capisce che quando i soldi con cui i nostri nonni hanno riempito, troppo e male, le pance dei loro figli e dei figli dei loro figli finiranno a questo Paese rimarrà solo che ricordare un passato di gloria che, ora che mi ci fate pensare è già da considerarsi passato, e che se rifletto ancora un pò capisco non aver avuto neanche poi così tanta gloria. Il nucleare per me rappresenta la voglia di reagire, la voglia di sfuggire a paure ingiustificate, la voglia di spazzar via quelle scuse che ogni volta troviamo per non affrontare i problemi, la voglia di non essere una nazione, un popolo, un territorio IMMOBILE.


In realtà il mio capo mi giudicherebbe poco esauriente e mi licenzierebbe ma penso che tutto questo possa bastare. Bastare per far si che la nostra mente si apra e che tutti siano disponibili a un confronto. Essere contro il nucleare è possibile, è ammissibile, e può essere anche più giusto che esserne a favore ma prego tutti in questo paese (suona meglio che dire ai lettori di questo blog, i cui autori hanno dimostrato di essere tra quegli alcuni che più volte ho menzionato) di non essere passivi ma di essere proattivi, anzi VIVI.

(Aldo)

15 mar 2011

- Banzai Nucleare -



Come volevasi dimostrare i danni al reattore nucleare Fukushima sono stati sottostimati e sottovaluti. Per la cultura giapponese è infatti disonorevole ammettere una sconfitta o un errore e quindi si poteva supporre che la situazione fosse molto più grave di quello che ci volevano spacciare. 

La Tepco, il gestore dell’impianto giapponese, parla di “inizio di fusione del nucleo”; l’Authority francese per la Sicurezza nucleare  (ASN) ha valutato l’incidente nucleare giapponese come 5 o 6 su una scala che va da 1 a 7 (Chernobyl è stato valutato 7); in questo momento la radioattività a 100 Km da Tokyo è 10 volte superiore alla norma. 
E la situazione mentre scrivo può ancora peggiorare in quanto l’impianto di Fukushima non sembra essere sotto controllo (e infatti è peggiorata ndr). 

Purtroppo o fortunatamente, rivestiamo il ruolo di impotenti spettatori in questa tragedia, ancora allibiti dalla paradossale  compostezza, dall’assoluto rigore e dalla ferrea disciplina con cui questi samurai riescano ad affrontare tale situazione. 

Alla luce di quanto successo, una riflessione sull’uso dell’energia nucleare però parrebbe d’obbligo. O dobbiamo aspettare che Tokyo si tramuti in uno scenario da Ken Shiro per poter dare un’opinione e poter trarre delle conclusioni? 

La crisi giapponese dimostra che non esistono centrali sicure. Possiamo parlare di nucleare moderno e di centrali più sicure che altre. Possiamo dire che una centrale rispetti tutte le rigidissime norme di sicurezza. Ma bisogna essere onesti e dire che non esistono centrali nucleari sicure. Una volta che si precisa questo, si può decidere di accettare il rischio e si può fare la scelta masochista di installarsi una piccola centrale nucleare sul pianerottolo di casa. 

Qualcuno potrebbe però ribadire che in Italia non ci saranno mai terremoti di tale violenza e magnitudo. Ma il punto non è il terremoto, è l’eventualità, la casualità (chi avrebbe mai potuto immaginare che le Torri Gemelle sarebbero cadute per un attacco aereo?), il Destino, il Fato, la legge di Murphy oppure semplicemente il fattore umano, come nel disastro petrolifero del Golfo del Messico, dove non sono state rispettate precise misure di sicurezza per evitare la fuoriuscita di petrolio. E non mi si venga a dire “eh sì ma noi staremo più attenti..” o “si ma è stata sfiga, figurati se ricapita ancora”. 

Però dovete spiegarmi come pretendiamo di costruire una o più centrali nucleari quando non riusciamo a costruire un inceneritore? E poi dove? Se volessimo produrre il 30% dell’energia elettrica con il nucleare, come succede anche in Spagna, Germania e Inghilterra, ci servirebbero 15 – 20 centrali nucleari. In pratica una per regione. (Carlo Rubbia, fisico, 15 febbraio, 2008). Chi cavolo la vuole la centrale nucleare vicino a casa sapendo che i casi di leucemia infantile vicino alle centrali sono il doppio della norma (fonte Greenpeace)? E lo smaltimento delle scorie? Lo diamo in appalto alla Camorra? 

La Germania, oltre ad aver dichiarato di essere intenzionata a chiudere gli stabilimenti più vecchi, riesce a produrre energia solare per un totale di 70 volte quella dell’Italia, anche se teoricamente saremmo noi il Land der Sonne (Paese del Sole). Per avere una centrale nucleare a pieno regime bisogna aspettare almeno una decina d’anni per un costo di circa 4-5 miliardi di euro. Nel frattempo è possibile che si siano fatti passi enormi nello sviluppo delle tecnologie rinnovabili sia in quelle esistenti sia in quelle ancora a livello sperimentale. 

Capisco che si voglia tentare di aumentare la produzione energetica. Ma non sempre il fine giustifica i mezzi e non credo che il nucleare sia il giusto investimento sul lungo periodo. Credo piuttosto che le centrali nucleari facciano parte di un passato, che si tenta in tutti i modi di mantenere vivo per gli enormi interessi economici in ballo. Il futuro non è nei carbon fossili e soprattutto non è nell’uranio (almeno lo spero). 

Con tutto il rispetto ma non voglio che un gruppo di vecchi rincoglioniti scelga per il mio futuro e per quello dei miei figli. E quando parlo di rincoglioniti non mi riferisco solamente ai politici, come si evince da questa dichiarazione, che preferisco non commentare e con la quale vi lascio: 

Chernobyl non sarebbe stata alcun in­cubo se non fosse stato per coloro che hanno scientemente e colpevolmente fatto passare per tale un evento che, an­corché il più disgraziato occorso nel settore di produzione elettronucleare, ne ha dimostrato in modo inequivoca­bile la assoluta sicurezza

(Franco Battaglia,ingegnere e fisico; 15 marzo 2011. Fonte: ilgiornale.it)

(Pippo)

14 mar 2011

- El sueño de la razón produce monstruos -




01.12
Le luci della città proiettano ombre, la stanza è vuota e il silenzio spezzato dalle macchine che passano e si fermano a parlare con le puttane si fa assordante. Un flusso nocivo ti risale dall'anima al cervello, si impossessa della ragione e come un virus prende pian piano il controllo di tutto il corpo. Arriva il gelo, un inferno ghiacciato spinge dall'interno fino a farti sudare freddo; ti stringi sotto le coperte, come un bambino troppo cresciuto che si nasconde dall'uomo nero: testa tra le ginocchia e gambe contro il petto, a cercare un calore che nemmeno l'abbraccio di 100 donne può darti.
Lanci un appello tra il velato e il disperato ma nessun'anima può cogliere il tuo grido soffocato alla ricerca di un necessario sedativo.
Sei da solo nell'unica battaglia che non hai mai vinto. Quella contro te stesso.
I fantasmi che ti ostini a sconfiggere da anni tornano a cibarsi dei tuoi ricordi e ad infettare le tue speranze: il tuo corpo tremante non reagisce, la tua mente si ribella il tuo cuore accelera. Attendi la fine impotente.

01.31
Accendi il computer, ti sciacqui la faccia e bevi un lunghissimo sorso che senti scendere per tutto il corpo.

Lo specchio no. Quell'immagine riflessa fa troppa paura.

Premi i tasti quasi solo con la mano destra, con la sinistra, ancora a tratti tremante, continui ad asciugarti la fronte.
E mentre i pixel disegnano i tuoi ultimi 20 minuti senti il cuore che rallenta e torna ad un battito normale.
Invii e spegni.
La notte è ancora lunga e ti aspetta una sfida che ha già un vincitore.
Non tu. 

(Peg)

04 mar 2011

- La parola piegata -


(Cambogia, 2010, Mattia)

Siamo noi a cambiare il mondo oppure e’ il mondo a cambiare noi?
Oppure non cambia nulla? Mai.

Nasciamo, cresciamo, amiamo, litighiamo, studiamo, lavoriamo…. se siamo fortunati diamo la vita (DIAMO LA VITA!!!), aiutiamo i nostri piccoli a crescere, li imbocchiamo, coccoliamo, facciamo loro da scudo, cambiamo loro i pannolini….

Passiamo ore a parlare, a leggere, a giocare, a scrivere… ridiamo e piangiamo… invecchiamo, poi un giorno, unica certezza, moriamo….

Eppure, anche se tutto questo ci sembra tanto (e a volte faticoso), fuori non cambia nulla. Mai.

Signori miei, rassegnamoci! “Siamo solo persone normali!” (Come se esistessero delle persone anormali… o paranormali….)

E le persone normali non cambiano il mondo… “il mondo lo cambiano gli altri”…

Un attimo!Non ho capito! Ma cambia o non cambia sto benedetto mondo? A me sembra che un po’ cambi… e che non lo cambino solo gli altri…

Applaudiamo quando Benigni ci ricorda che per realizzare i sogni bisogna svegliarsi, agire…

Diamo ragione a Saviano quando dice che tra l’uomo con la pistola e quello con la biro, il piu’ forte e’ il secondo… perche’ a distruggere non ci vuole molto… mentre costruire, signori miei, e’ difficile… (mamma se e’ difficile!)

Eppure un conto e’ applaudire, dire “ha ragione”… un altro e’ agire… investire passione e tempo perche’ quelle parole non restino “soltanto parole”…

Oppure le parole sono destinate a restare parole? per sempre… i film, film… le canzoni, canzoni…. I libri, libri... un blog, blog?… solo … per sempre…

***

Con occhi, naso, orecchie e bocca possiamo vedere, annusare, ascoltare e gustare il mondo come e’, ora…

Con le mani (ed una penna; o, meno romanticamente, un pc) possiamo scrivere parole che ci raccontano come era (il mondo), in passato, e come potrebbe essere, in futuro… e gettare cosi’ le basi per un cambiamento…

Obiezione: “ma le parole non e' necessario scriverle, si possono anche solo dire con la bocca”

E’ vero. Ma come ben ci insegnano i latini: le parole dette volano, quelle scritte rimangono…
per sempre?

(Mattia)