21 apr 2011

- Interrail #14 -


Capitolo Quattordicesimo: 
La svolta



[Ascolto consigliato durante il pezzo: La strada – Modena City Ramblers]

Venerdì 15 Luglio 2005, molto prima dell'alba.
Il mio dolce e meritato riposo viene interrotto da un irritante beep che si ripete inesorabilmente. Apro gli occhi, buio pesto. Non è mai facile svegliarsi al mattino. Ancora meno se il giorno prima è stata una giornata lunga e intensa. Ancora meno se sai che quella che sta per venire non sarà una giornata meno lunga e meno intensa. Ancora meno se il tuo primo pensiero è “ma quell’idiota di Irons doveva proprio mettere su un casino del genere? Mica siamo solo noi in stanza!” Mentre il rumore continua incessantemente, io mi rigiro dentro al sacco a pelo cercando una posizione comoda per godermi al massimo quei pochi momenti di riposo rimasti. Sento dei rumori provenienti dal letto di sotto. Intanto la sveglia smette di suonare. “Ecco… Lo sapevo che le avremmo svegliate! Bravo Irons! Imbecille!”. Questo è il mio ultimo pensiero prima di riaddormentarmi di nuovo.

Un paio d'ore dopo... “Eddie sveglia! Andiamo a fare colazione”. La mia risposta è un verso assonnato che ha un che di inumano. Ancora intontito, mi guardo attorno. Nella stanza c’è parecchia luce e molti letti sono vuoti. Lo stupore mi fa svegliare quasi del tutto. “Ma… che ore sono?” “Sono le otto e mezza. Le ragazze avevano messo la sveglia prestissimo. La mia è appena suonata!” Mi risponde un attivissimo Irons. “Suonata?Non l’ho sentita”. “In realtà c’era la vibrazione. Ma comunque ero già sveglio da un pezzo. Alora… andiamo a fare colazione? E poi…iniziamo a conoscerle!”. Irons, proprio un bravo ragazzo!

Ore 8.43. A colazione elaboriamo un piano d’attacco. Che si fa oggi a Madrid? Museo del Prado? E stanotte? Dove si dorme? Ma stanotte saremo ancora nella capitale? E allora come ci muoviamo? Macchina o treno? L’unico che non ha dubbi e continua a parlare di nove inglesine è solo Irons. La questione del mezzo di trasporto era sicuramente la più importante. Ma è inutile andare tutti insieme alla stazione a chiedere informazioni (ricordo che nessuno sapeva esattamente cose fosse un biglietto interrail). Mike e Stone si offrono volontari.

Ore 9.09. Jeff va a riassettare la sua roba in camera, la solita fighetta (ma cosa aveva da sistemare dopo neanche un giorno?), io e Irons andiamo nella nostra e facciamo finalmente conoscenza delle ragazze. Nove ragazze per noi. Beh... in realtà sette. Le due che stavano ancora dormendo erano state scartate già prima di colazione. Dopo una prima rapidissima quanto precisa occhiata perdono subito la tipa che dormiva sotto di me per aver fatto suonare quell'irritante sveglia. Perché è decisamente la migliore. Quindi dimostro tutta la mia grande padronanza della lingua inglese con un Hi”, non per forza rivolto a lei, che stava seduta per terra a leggere una guida. Timidi, per non dire indifferenti, “Hi” in risposta. Quindi prendo un po’ di tempo facendo finta di sistemare qualcosa nello zaino dentro all’armadietto. Cosa ci volete fare… io ero quello che poteva leggersi la guida, parlare con le reception degli alberghi, ma sicuramente non il più adatto per interagire con le ragazze. Il frontman era Mike e questo lo sapevamo tutti, ma non si era particolarmente interessato alla faccenda. Stone e Jeff in caso di straniere erano tagliati fuori per problemi di comunicazione. Irons nonostante il suo quattro di inglese era in grado di trasformarsi davanti a ragazze straniere, ma in rispetto del mio otto si limitò a ripetere le mie mosse. Una biondina che strappava la sufficienza si dimostrò più disposta delle altre a fare quattro chiacchiere. Irons si buttò su quella. Io scambiai qualche battuta con alcune delle altre e appresi da quella che dormiva sotto di me che stavano per uscire e andare al Museo del Prado e mi feci indicare sulla loro cartina dove fosse. Poi in neanche cinque minuti loro uscirono. Arrivò Jeff, che si era già cambiato tre volte dall'inizio del viaggio. Uscimmo anche noi.

Ore 9,32. Le strade sono semi deserte. Noi passeggiamo senza meta per le vie, osservando la città che si sveglia, i negozi che aprono, i viaggiatori assonnati che riprendono il loro cammino dopo una notte passata a dormire nelle piazze. O almeno, questa è l’impressione che mi dà il giovane, a quanto pare mezzo italiano, che ci ferma. Appena ci rivolge la parola istintivamente tutti e tre guardiamo in alto per vedere se ci stanno buttando addosso del materiale lattiginoso (maledetta guida turistica!), invece voleva semplicemente venderci dell’hashish. Alla nostra solita risposta “Non fumiamo. Siamo sportivissimi!”lui dice “Beati voi!”, però si capisce che il suo pensiero è “Non vi fidate di me? Guardate che io ho roba buona… Peggio per voi!”. In quella mezz’oretta di vagabondaggio casuale io stavo abilmente cercando di portare gli ignari Jeff e Irons verso il negozio “Madrid Rock”, segnalato sulla guida, nella speranza di scoprire che i CD in Spagna non costano nulla o di trovare qualche bella maglietta di un gruppo rock (ne sparo uno a caso: Pearl Jam). Sta di fatto che quando arrivammo in Gran Via quello era chiuso, il sole iniziava a battere parecchio forte ed era già ora di tornare alla base per sapere i risultati della spedizione di Stone e Mike.

Ore 10.40. “C’è un treno per Porto che parte stasera, la menata è che domattina alle sette dobbiamo cambiare a Pourrinho.” “ Fa lo stesso. Ora d’arrivo?” “Undici del mattino”. “Perfetto. Ok, aggiudicato, lo prendiamo. C’è solo un problema: Irons non la prenderà troppo bene.” “Irons? Perché? Non dirmi che per quelle ragazze là… ma allora è proprio scemo.” “Beh... in effetti non credo che abbia troppe speranze, forse lo sa anche lui, ma si incazzerà lo stesso. Un’altra cosa: dov’è Pourrinho?” “Boh? Cerchiamolo sulla cartina…” Questa è stata la rapida quanto decisiva conversazione tra me e Mike. Avevamo circa venti minuti per sbaraccare tutto e andarcene via dall’ostello. Non è stato facile convincere Irons. Anzi, direi che lui mi ha riversato addosso una discreta pioggia di insulti e stavolta non aveva neanche troppo torto. Io e Mike avevamo deciso senza interpellare nessuno. In realtà senza interpellare lui perché Jeff non sa scegliere e Stone si adatta praticamente a tutto. Quindi saremmo stati comunque due contro uno.

Ma perché IO volevo andarmene? In fondo anch’io ci perdevo qualcosa in quella storia. Questo era quello che Irons non riusciva a capire. Eppure non ho esitato neanche un secondo. Perché? Per quanto stupido possa sembrare penso che sia per il fascino della vita “on the road”. Non sono mai andato molto oltre pagina 45 del libro di Kerouac (presto lo ricomincerò e dovrò anche finirlo: non si può raccontare un viaggio senza aver mai letto “On the road”), ma l’idea di poter essere padroni del proprio destino, l’idea che centinaia di persone sparse per decine di città aspettavano solo che noi le conoscessimo era molto più entusiasmante di una improbabile conquista in ostello. La storia del lanciare una monetina a caso su una cartina della Spagna e poi recarsi esattamente in quel posto, ovunque fosse, che eravamo soliti ripeterci io e Stone mesi prima si era profondamente inculcata dentro la mia testa. Impossibile cancellarla. Conoscere gente nuova, visitare posti, cambiare città, ricominciare tutto da capo era il massimo che potessi desiderare da quel viaggio. Inoltre, la facilità con cui ci eravamo trovati a che fare con un gruppone di ragazze poteva comunque considerarsi un ottimo inizio.

La prima vera svolta. Non più una casuale e apparentemente insignificante scelta del tipo “ma entriamo in questo albergo o in quello là?”. Per una volta il potere di decidere il futuro (immediato) era in mano nostra (mia). Per la prima volta mi apprestavo a riempire con la mia pessima calligrafia le bianche pagine di quel libro che rappresentava il nostro viaggio.

Ore 10.59. “Dai che nel prossimo ostello ci troveremo in camera con delle altre!” Questo era l'unico argomento che potevo usare contro le sue lamentele. Perciò sdrammatizzammo la situazione facendo la prima foto del viaggio. Lui semi sdraiato sul letto della sua biondina con un romanzo rosa inglese (sicuramente appartenente a lei) in mano. “Se le piace quella roba forse non è il tuo tipo...” “Potresti aver ragione, Eddie, ma mica me la dovevo sposare…” “Bella foto che è venuta… sembra che tu stia facendo tutt'altro...”“Fa vedere…Oh no! AH AH AH! Non ci credo!”. Irons, un bravo ragazzo!

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